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GAUDETE ET EXSULTATE

La Santa Sede
ESORTAZIONE APOSTOLICA
GAUDETE ET EXSULTATE
DEL SANTO PADREFRANCESCO
SULLA CHIAMATA ALLA SANTITNEL MONDO CONTEMPORANEO

INDICE:
Rallegratevi ed esultate [1-2]
Capitolo Primo
LA CHIAMATA ALLA SANTIT
I santi che ci incoraggiano e ci accompagnano [3-5]
I santi della porta accanto [6-9]
Il Signore chiama [10-13]
Anche per te [14-18]
La tua missione in Cristo [19-24]
L’attivit che santifica [25-31]
Pi vivi, pi umani [32-34]
Capitolo Secondo
DUE SOTTILI NEMICI DELLA SANTIT
Lo gnosticismo attuale [36]
Una mente senza Dio e senza carne [37-39]
Una dottrina senza mistero [40-42]
I limiti della ragione [43-46]
Il Pelagianesimo attuale [47-48]
Una volont senza umilt [49-51]
Un insegnamento della Chiesa spesso dimenticato [52-56]
I nuovi pelagiani [57-59]
Il riassunto della Legge [60-62]
Capitolo Terzo
ALLA LUCE DEL MAESTRO
Controcorrente [65-66]
Beati i poveri in spirito, perch di essi il regno dei cieli [67-70]
Beati i miti, perch avranno in eredit la terra [71-74]
Beati quelli che sono nel pianto, perch saranno consolati [75-76]
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perch saranno saziati [77-79]
Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia [80-82]
Beati i puri di cuore, perch vedranno Dio [83-86]
Beati gli operatori di pace, perch saranno chiamati figli di Dio [87-89]
Beati i perseguitati per la giustizia, perch di essi il regno dei cieli [90-94]
La grande regola di comportamento [95]
Per fedelt al Maestro [96-99]
Le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo [100-103]
Il culto che Lui pi gradisce [104-109]
Capitolo Quarto
ALCUNE CARATTERISTICHE DELLA SANTIT NEL MONDO ATTUALE
Sopportazione, pazienza e mitezza [112-121]
Gioia e senso dell’umorismo [122-128]
Audacia e fervore [129-139]
In comunit [140-146]
In preghiera costante [147-157]
Capitolo Quinto
COMBATTIMENTO, VIGILANZA E DISCERNIMENTO
Il combattimento e la vigilanza [159]
Qualcosa di pi di un mito [160-161]
Svegli e fiduciosi [162-163]
La corruzione spirituale [164-165]
Il discernimento [166]
Un bisogno urgente [167-168]
Sempre alla luce del Signore [169]
Un dono soprannaturale [170-171]
Parla, Signore [172-173]
La logica del dono e della croce [174-177]
1. Rallegratevi ed esultate (Mt 5,12), dice Ges a coloro che sono perseguitati o umiliati per
causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre la vera vita, la felicit per la quale siamo
stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre,
annacquata, inconsistente. In realt, fin dalle prime pagine della Bibbia presente, in diversi modi,
la chiamata alla santit. Cos il Signore la proponeva ad Abramo: Cammina davanti a me e sii
integro (Gen 17,1).
2. Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santit, con tante definizioni e distinzioni che
potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di
santificazione. Il mio umile obiettivo far risuonare ancora una volta la chiamata alla santit,
cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunit.
Perch il Signore ha scelto ciascuno di noi per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella
carit (Ef 1,4).
CAPITOLO PRIMO
LA CHIAMATA ALLA SANTIT

I santi che ci incoraggiano e ci accompagnano

3. Nella Lettera agli Ebrei si menzionano diversi testimoni che ci incoraggiano a [correre] con
perseveranza nella corsa che ci sta davanti (12,1). L si parla di Abramo, di Sara, di Mos, di
Gedeone e di altri ancora (cfr 11,1-12,3) e soprattutto siamo invitati a riconoscere che siamo
circondati da una moltitudine di testimoni (12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada,
ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. E tra di loro pu esserci la nostra stessa
madre, una nonna o altre persone vicine (cfr 2 Tm 1,5). Forse la loro vita non stata sempre
perfetta, per, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono
piaciute al Signore.
4. I santi che gi sono giunti alla presenza di Dio mantengono con noi legami d’amore e di
comunione. Lo attesta il libro dell’Apocalisse quando parla dei martiri che intercedono: Vidi sotto
l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza
che gli avevano reso. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e
veritiero, non farai giustizia?” (6,9-10). Possiamo dire che siamo circondati, condotti e guidati
dagli amici di Dio. […] Non devo portare da solo ci che in realt non potrei mai portare da solo.
La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta.[1]
5. Nei processi di beatificazione e canonizzazione si prendono in considerazione i segni di eroicit
nell’esercizio delle virt, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata
un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte. Questa donazione esprime
un’imitazione esemplare di Cristo, ed degna dell’ammirazione dei fedeli.[2] Ricordiamo, ad
esempio, la beata Maria Gabriella Sagheddu, che ha offerto la sua vita per l’unit dei cristiani.
I santi della porta accanto
6. Non pensiamo solo a quelli gi beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santit
dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perch Dio volle santificare e salvare gli uomini non
individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo
riconoscesse secondo la verit e lo servisse nella santit.[3] Il Signore, nella storia della
salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identit senza appartenenza a un popolo. Perci
nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa
trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunit umana: Dio ha voluto entrare in
una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo.
7. Mi piace vedere la santit nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore
i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle
religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo
giorno vedo la santit della Chiesa militante. Questa tante volte la santit “della porta accanto”,
di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra
espressione, “la classe media della santit”.[4]
8. Lasciamoci stimolare dai segni di santit che il Signore ci presenta attraverso i pi umili membri
di quel popolo che partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva
testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carit.[5] Pensiamo, come ci
suggerisce santa Teresa Benedetta della Croce, che mediante molti di loro si costruisce la vera
storia: Nella notte pi oscura sorgono i pi grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante
della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo
sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E
quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita
personale, qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ci che nascosto sar
svelato.[6]
9. La santit il volto pi bello della Chiesa. Ma anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti
molto differenti, lo Spirito suscita segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di
Cristo.[7] D’altra parte, san Giovanni Paolo II ci ha ricordato che la testimonianza resa a Cristo
sino allo spargimento del sangue divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e
protestanti.[8] Nella bella commemorazione ecumenica che egli volle celebrare al Colosseo
durante il Giubileo del 2000, sostenne che i martiri sono un’eredit che parla con una voce pi
alta dei fattori di divisione.[9]
Il Signore chiama
10. Tutto questo importante. Tuttavia, quello che vorrei ricordare con questa Esortazione
soprattutto la chiamata alla santit che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge
anche a te: Siate santi, perch io sono santo (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha
messo in risalto con forza: Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale
grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua
via, a una santit la cui perfezione quella stessa del Padre celeste.[10]
11. Ognuno per la sua via, dice il Concilio. Dunque, non il caso di scoraggiarsi quando si
contemplano modelli di santit che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili
per stimolarci e motivarci, ma non perch cerchiamo di copiarle, in quanto ci potrebbe perfino
allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta che
ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di s, quanto di cos
personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa
che non stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, per esistono molte
forme esistenziali di testimonianza.[11] Di fatto, quando il grande mistico san Giovanni della Croce
scriveva il suo Cantico spirituale, preferiva evitare regole fisse per tutti e spiegava che i suoi versi
erano scritti perch ciascuno se ne giovasse a modo suo.[12] Perch la vita divina si comunica
ad alcuni in un modo e ad altri in un altro.[13]
12. Tra le diverse forme, voglio sottolineare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili
femminili di santit, indispensabili per riflettere la santit di Dio in questo mondo. E proprio anche
in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il
cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa. Possiamo
menzionare santa Ildegarda di Bingen, santa Brigida, santa Caterina da Siena, santa Teresa
d’Avila o Santa Teresa di Lisieux. Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le
quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunit con la forza della
loro testimonianza.
13. Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto s stesso, per crescere
verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternit: Prima
di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato
(Ger 1,5).
Anche per te
14. Per essere santi non necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte
abbiamo la tentazione di pensare che la santit sia riservata a coloro che hanno la possibilit di
mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non
cos. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria
testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, l dove si trova. Sei una consacrata o un
consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e
prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un
lavoratore? Sii santo compiendo con onest e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei
genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Ges. Hai
autorit? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.[14]
15. Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santit. Lascia che tutto sia
aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perch hai la
forza dello Spirito Santo affinch sia possibile, e la santit, in fondo, il frutto dello Spirito Santo
nella tua vita (cfr Gal 5,22-23). Quando senti la tentazione di invischiarti nella tua debolezza, alza
gli occhi al Crocifisso e digli: “Signore, io sono un poveretto, ma tu puoi compiere il miracolo di
rendermi un poco migliore”. Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ci di cui
hai bisogno per crescere verso la santit. Il Signore l’ha colmata di doni con la Parola, i
Sacramenti, i santuari, la vita delle comunit, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza
che procede dall’amore del Signore, come una sposa si adorna di gioielli (Is 61,10).
16. Questa santit a cui il Signore ti chiama andr crescendo mediante piccoli gesti. Per esempio:
una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le
critiche. Ma questa donna dice dentro di s: “No, non parler male di nessuno”. Questo un
passo verso la santit. Poi, a casa, suo figlio le chiede di parlare delle sue fantasie e, anche se
stanca, si siede accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto. Ecco un’altra offerta che santifica.
Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il
rosario e prega con fede. Questa un’altra via di santit. Poi esce per strada, incontra un povero
e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche questo un passo avanti.
17. A volte la vita presenta sfide pi grandi e attraverso queste il Signore ci invita a nuove
conversioni che permettono alla sua grazia di manifestarsi meglio nella nostra esistenza allo
scopo di farci partecipi della sua santit (Eb 12,10). Altre volte si tratta soltanto di trovare un
modo pi perfetto di vivere quello che gi facciamo: Ci sono delle ispirazioni che tendono
soltanto ad una straordinaria perfezione degli esercizi ordinari della vita cristiana.[15] Quando il
Cardinale Francesco Saverio Nguyn Van Thun era in carcere, rinunci a consumarsi
aspettando la liberazione. La sua scelta fu: vivo il momento presente, colmandolo di amore; e il
modo con il quale si concretizzava questo era: afferro le occasioni che si presentano ogni giorno,
per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario.[16]
18. Cos, sotto l’impulso della grazia divina, con tanti gesti andiamo costruendo quella figura di
santit che Dio ha voluto per noi, ma non come esseri autosufficienti bens come buoni
amministratori della multiforme grazia di Dio (1 Pt 4,10). Bene hanno insegnato i Vescovi della
Nuova Zelanda che possibile amare con l’amore incondizionato del Signore perch il Risorto
condivide la sua vita potente con le nostre fragili vite: Il suo amore non ha limiti e una volta
donato non si mai tirato indietro. E’ stato incondizionato ed rimasto fedele. Amare cos non
facile perch molte volte siamo tanto deboli. Per, proprio affinch possiamo amare come Lui ci
ha amato, Cristo condivide la sua stessa vita risorta con noi. In questo modo, la nostra vita
dimostra la sua potenza in azione, anche in mezzo alla debolezza umana.[17]
La tua missione in Cristo
19. Per un cristiano non possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla
come un cammino di santit, perch questa infatti volont di Dio, la vostra santificazione (1 Ts
4,3). Ogni santo una missione; un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento
determinato della storia, un aspetto del Vangelo.
20. Tale missione trova pienezza di senso in Cristo e si pu comprendere solo a partire da Lui. In
fondo, la santit vivere in unione con Lui i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e
risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui.
Ma pu anche implicare di riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di
Ges: la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povert e altre manifestazioni
del suo donarsi per amore. La contemplazione di questi misteri, come proponeva sant’Ignazio di
Loyola, ci orienta a renderli carne nelle nostre scelte e nei nostri atteggiamenti.[18] Perch tutto
nella vita di Ges segno del suo mistero,[19] tutta la vita di Cristo Rivelazione del
Padre,[20] tutta la vita di Cristo mistero di Redenzione,[21] tutta la vita di Cristo mistero di
ricapitolazione,[22] e tutto ci che Cristo ha vissuto fa s che noi possiamo viverlo in Lui e che
Egli lo viva in noi.[23]
21. Il disegno del Padre Cristo, e noi in Lui. In definitiva, Cristo che ama in noi, perch la
santit non altro che la carit pienamente vissuta.[24] Pertanto, la misura della santit data
dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo
tutta la nostra vita sulla sua.[25] Cos, ciascun santo un messaggio che lo Spirito Santo trae
dalla ricchezza di Ges Cristo e dona al suo popolo.
22. Per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo, non
conviene soffermarsi sui particolari, perch l possono esserci anche errori e cadute. Non tutto
quello che dice un santo pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa autentico e
perfetto. Ci che bisogna contemplare l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di
santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Ges Cristo e che emerge quando si riesce a
comporre il senso della totalit della sua persona.[26]
23. Questo un forte richiamo per tutti noi. Anche tu hai bisogno di concepire la totalit della tua
vita come una missione. Prova a farlo ascoltando Dio nella preghiera e riconoscendo i segni che
Egli ti offre. Chiedi sempre allo Spirito che cosa Ges si attende da te in ogni momento della tua
esistenza e in ogni scelta che devi fare, per discernere il posto che ci occupa nella tua missione.
E permettigli di plasmare in te quel mistero personale che possa riflettere Ges Cristo nel mondo
di oggi.
24. Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual quella parola, quel messaggio di Ges che Dio
desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinch
ci sia possibile, e cos la tua preziosa missione non andr perduta. Il Signore la porter a
compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purch tu non abbandoni la
via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina.
L’attivit che santifica
25. Poich non si pu capire Cristo senza il Regno che Egli venuto a portare, la tua stessa
missione inseparabile dalla costruzione del Regno: Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la
sua giustizia (Mt 6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a
costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole
viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondit che ti
potr offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te
in tale impegno.
26. Non sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere
l’attivit, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto pu essere accettato e integrato
come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di
santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci
santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione.
27. Forse che lo Spirito Santo pu inviarci a compiere una missione e nello stesso tempo
chiederci di fuggire da essa, o che evitiamo di donarci totalmente per preservare la pace interiore?
Tuttavia, a volte abbiamo la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a
un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace
interiore. Si dimentica che non che la vita abbia una missione, ma che missione.[27]
28. Un impegno mosso dall’ansiet, dall’orgoglio, dalla necessit di apparire e di dominare,
certamente non sar santificante. La sfida vivere la propria donazione in maniera tale che gli
sforzi abbiano un senso evangelico e ci identifichino sempre pi con Ges Cristo. Da qui il fatto
che si parli spesso, ad esempio, di una spiritualit del catechista, di una spiritualit del clero
diocesano, di una spiritualit del lavoro. Per la stessa ragione, in Evangelii gaudium ho voluto
concludere con una spiritualit della missione, in Laudato si’ con una spiritualit ecologica e in
Amoris laetitia, con una spiritualit della vita familiare.
29. Questo non implica disprezzare i momenti di quiete, solitudine e silenzio davanti a Dio. Al
contrario. Perch le continue novit degli strumenti tecnologici, l’attrattiva dei viaggi, le
innumerevoli offerte di consumo, a volte non lasciano spazi vuoti in cui risuoni la voce di Dio. Tutto
si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori ad una velocit sempre crescente. L non
regna la gioia ma l’insoddisfazione di chi non sa per che cosa vive. Come dunque non riconoscere
che abbiamo bisogno di fermare questa corsa febbrile per recuperare uno spazio personale, a
volte doloroso ma sempre fecondo, in cui si intavola il dialogo sincero con Dio? In qualche
momento dovremo guardare in faccia la verit di noi stessi, per lasciarla invadere dal Signore, e
non sempre si ottiene questo se uno non viene a trovarsi sull’orlo dell’abisso, della tentazione pi
grave, sulla scogliera dell’abbandono, sulla cima solitaria dove si ha l’impressione di rimanere
totalmente soli.[28] In questo modo troviamo le grandi motivazioni che ci spingono a vivere fino in
fondo i nostri compiti.
30. Gli stessi strumenti di svago che invadono la vita attuale ci portano anche ad assolutizzare il
tempo libero, nel quale possiamo utilizzare senza limiti quei dispositivi che ci offrono divertimento
e piaceri effimeri.[29] Come conseguenza, la propria missione che ne risente, l’impegno che si
indebolisce, il servizio generoso e disponibile che inizia a ridursi. Questo snatura l’esperienza
spirituale. Pu essere sano un fervore spirituale che conviva con l’accidia nell’azione
evangelizzatrice o nel servizio agli altri?
31. Ci occorre uno spirito di santit che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto
l’intimit quanto l’impegno evangelizzatore, cos che ogni istante sia espressione di amore donato
sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di
santificazione.
Pi vivi, pi umani
32. Non avere paura della santit. Non ti toglier forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perch
arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso
essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavit e ci porta a riconoscere la nostra dignit. Questa
realt si riflette in santa Giuseppina Bakhita, che fu resa schiava e venduta come tale alla tenera
et di sette anni, soffr molto nelle mani di padroni crudeli. Tuttavia comprese la verit profonda
che Dio, e non l’uomo, il vero padrone di ogni essere umano, di ogni vita umana. Questa
esperienza divenne fonte di grande saggezza per questa umile figlia d’Africa.[30]
33. Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa pi fecondo per il mondo. I Vescovi
dell’Africa Occidentale ci hanno insegnato: Siamo chiamati, nello spirito della nuova
evangelizzazione, ad essere evangelizzati e a evangelizzare mediante la promozione di tutti i
battezzati, affinch assumiate i vostri ruoli come sale della terra e luce del mondo dovunque vi
troviate.[31]
34. Non avere paura di puntare pi in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di
lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santit non ti rende meno umano, perch l’incontro della
tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva Len Bloy, nella vita non c’ che
una tristezza, […] quella di non essere santi.[32]
CAPITOLO SECONDO
DUE SOTTILI NEMICI DELLA SANTIT

35. In questo quadro, desidero richiamare l’attenzione su due falsificazioni della santit che
potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo. Sono due eresie sorte nei
primi secoli cristiani, ma che continuano ad avere un’allarmante attualit. Anche oggi i cuori di
molti cristiani, forse senza esserne consapevoli, si lasciano sedurre da queste proposte
ingannevoli. In esse si esprime un immanentismo antropocentrico travestito da verit cattolica.[33]
Vediamo queste due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un
elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli
altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi
i casi, n Ges Cristo n gli altri interessano veramente.[34]
Lo gnosticismo attuale
36. Lo gnosticismo suppone una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente
una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano
confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua
propria ragione o dei suoi sentimenti.[35]
Una mente senza Dio e senza carne
37. Grazie a Dio, lungo la storia della Chiesa risultato molto chiaro che ci che misura la
perfezione delle persone il loro grado di carit, non la quantit di dati e conoscenze che possono
accumulare. Gli “gnostici” fanno confusione su questo punto e giudicano gli altri sulla base della
verifica della loro capacit di comprendere la profondit di determinate dottrine. Concepiscono una
mente senza incarnazione, incapace di toccare la carne sofferente di Cristo negli altri, ingessata in
un’enciclopedia di astrazioni. Alla fine, disincarnando il mistero, preferiscono un Dio senza Cristo,
un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo.[36]
38. In definitiva, si tratta di una vanitosa superficialit: molto movimento alla superficie della
mente, per non si muove n si commuove la profondit del pensiero. Tuttavia, riesce a
soggiogare alcuni con un fascino ingannevole, perch l’equilibrio gnostico formale e presume di
essere asettico, e pu assumere l’aspetto di una certa armonia o di un ordine che ingloba tutto.
39. Facciamo per attenzione. Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana. Questo
pu accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano
filosofia o teologia in centri di formazione. Perch anche tipico degli gnostici credere che con le
loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo.
Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti. Una cosa
un sano e umile uso della ragione per riflettere sull’insegnamento teologico e morale del
Vangelo; altra cosa pretendere di ridurre l’insegnamento di Ges a una logica fredda e dura che
cerca di dominare tutto.[37]
Una dottrina senza mistero
40. Lo gnosticismo una delle peggiori ideologie, poich, mentre esalta indebitamente la
conoscenza o una determinata esperienza, considera che la propria visione della realt sia la
perfezione. In tal modo, forse senza accorgersene, questa ideologia si autoalimenta e diventa
ancora pi cieca. A volte diventa particolarmente ingannevole quando si traveste da spiritualit
disincarnata. Infatti, lo gnosticismo per sua propria natura vuole addomesticare il mistero,[38]
sia il mistero di Dio e della sua grazia, sia il mistero della vita degli altri.
41. Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande, dimostra di trovarsi su una strada non
buona ed possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio
delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali. Dio ci supera infinitamente, sempre una
sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che
non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalit dell’incontro. Chi vuole tutto chiaro e sicuro
pretende di dominare la trascendenza di Dio.
42. Neppure si pu pretendere di definire dove Dio non si trova, perch Egli misteriosamente
presente nella vita di ogni persona, nella vita di ciascuno cos come Egli desidera, e non possiamo
negarlo con le nostre presunte certezze. Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un
disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio presente nella sua
vita. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito pi che dai nostri ragionamenti, possiamo e dobbiamo
cercare il Signore in ogni vita umana. Questo fa parte del mistero che le mentalit gnostiche
finiscono per rifiutare, perch non lo possono controllare.
I limiti della ragione
43. Noi arriviamo a comprendere in maniera molto povera la verit che riceviamo dal Signore. E
con difficolt ancora maggiore riusciamo ad esprimerla. Perci non possiamo pretendere che il
nostro modo di intenderla ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri. Voglio
ricordare che nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della
dottrina e della vita cristiana che, nella loro variet, aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo
tesoro della Parola. Certo, a quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza
sfumature, ci pu sembrare un’imperfetta dispersione.[39] Per l’appunto, alcune correnti
gnostiche hanno disprezzato la semplicit cos concreta del Vangelo e hanno tentato di sostituire il
Dio trinitario e incarnato con una Unit superiore in cui scompariva la ricca molteplicit della
nostra storia.
44. In realt, la dottrina, o meglio, la nostra comprensione ed espressione di essa, non un
sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi, e le
domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue
preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo
prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi
interrogativi ci interrogano.[40]
45. Frequentemente si verifica una pericolosa confusione: credere che, poich sappiamo qualcosa
o possiamo spiegarlo con una certa logica, gi siamo santi, perfetti, migliori della “massa
ignorante”. San Giovanni Paolo II metteva in guardia quanti nella Chiesa hanno la possibilit di
una formazione pi elevata dalla tentazione di sviluppare un certo sentimento di superiorit
rispetto agli altri fedeli.[41] In realt, per, quello che crediamo di sapere dovrebbe sempre
costituire una motivazione per meglio rispondere all’amore di Dio, perch si impara per vivere:
teologia e santit sono un binomio inscindibile.[42]
46. Quando san Francesco d’Assisi vedeva che alcuni dei suoi discepoli insegnavano la dottrina,
volle evitare la tentazione dello gnosticismo. Quindi scrisse cos a Sant’Antonio di Padova: Ho
piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purch, in tale occupazione, tu non estingua lo

spirito di orazione e di devozione.[43] Egli riconosceva la tentazione di trasformare l’esperienza
cristiana in un insieme di elucubrazioni mentali che finiscono per allontanarci dalla freschezza del
Vangelo. San Bonaventura, da parte sua, avvertiva che la vera saggezza cristiana non deve
separarsi dalla misericordia verso il prossimo: La pi grande saggezza che possa esistere
consiste nel dispensare fruttuosamente ci che si possiede, e che si ricevuto proprio perch
fosse dispensato. [...] Per questo, come la misericordia amica della saggezza, cos l’avarizia le
nemica.[44] Vi sono attivit che, unendosi alla contemplazione, non la impediscono, bens la
favoriscono, come le opere di misericordia e di piet.[45]
Il Pelagianesimo attuale
47. Lo gnosticismo ha dato luogo ad un’altra vecchia eresia, anch’essa oggi presente. Col passare
del tempo, molti iniziarono a riconoscere che non la conoscenza a renderci migliori o santi, ma
la vita che conduciamo. Il problema che questo degener sottilmente, in maniera tale che il
medesimo errore degli gnostici semplicemente si trasform, ma non venne superato.
48. Infatti, il potere che gli gnostici attribuivano all’intelligenza, alcuni cominciarono ad attribuirlo
alla volont umana, allo sforzo personale. Cos sorsero i pelagiani e i semipelagiani. Non era pi
l’intelligenza ad occupare il posto del mistero e della grazia, ma la volont. Si dimenticava che
tutto dipende [non] dalla volont n dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che ha misericordia (Rm
9,16) e che Egli ci ha amati per primo (1 Gv 4,19).
Una volont senza umilt
49. Quelli che rispondono a questa mentalit pelagiana o semipelagiana, bench parlino della
grazia di Dio con discorsi edulcorati, in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie
forze e si sentono superiori agli altri perch osservano determinate norme o perch sono
irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico.[46] Quando alcuni di loro si rivolgono ai deboli
dicendo che con la grazia di Dio tutto possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si
pu fare con la volont umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui
si aggiunge la grazia. Si pretende di ignorare che non tutti possono tutto[47] e che in questa vita
le fragilit umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia.[48] In
qualsiasi caso, come insegnava sant’Agostino, Dio ti invita a fare quello che puoi e a chiedere
quello che non puoi;[49] o a dire umilmente al Signore: Dammi quello che comandi e
comandami quello che vuoi.[50]
50. In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti
ci che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poich non le lascia spazio per provocare quel
bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita.[51] La grazia, proprio
perch suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini. Pretenderlo sarebbe
confidare troppo in noi stessi. In questo caso, dietro l’ortodossia, i nostri atteggiamenti possono
non corrispondere a quello che affermiamo sulla necessit della grazia, e nei fatti finiamo per
fidarci poco di essa. Infatti, se non riconosciamo la nostra realt concreta e limitata, neppure
potremo vedere i passi reali e possibili che il Signore ci chiede in ogni momento, dopo averci
attratti e resi idonei col suo dono. La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci
trasforma in modo progressivo.[52] Perci, se rifiutiamo questa modalit storica e progressiva, di
fatto possiamo arrivare a negarla e bloccarla, anche se con le nostre parole la esaltiamo.
51. Quando Dio si rivolge ad Abramo gli dice: Io sono Dio l’Onnipotente: cammina davanti a me e
sii integro (Gen 17,1). Per poter essere perfetti, come a Lui piace, abbiamo bisogno di vivere
umilmente alla sua presenza, avvolti nella sua gloria; abbiamo bisogno di camminare in unione
con Lui riconoscendo il suo amore costante nella nostra vita. Occorre abbandonare la paura di
questa presenza che ci pu fare solo bene. E’ il Padre che ci ha dato la vita e ci ama tanto. Una
volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare
l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7). E se non poniamo pi distanze tra noi e Dio e viviamo
alla sua presenza, potremo permettergli di esaminare i nostri cuori per vedere se vanno per la
retta via (cfr Sal 139,23-24). Cos conosceremo la volont amabile e perfetta del Signore (cfr Rm
12,1-2) e lasceremo che Lui ci plasmi come un vasaio (cfr Is 29,16). Abbiamo detto tante volte che
Dio abita in noi, ma meglio dire che noi abitiamo in Lui, che Egli ci permette di vivere nella sua
luce e nel suo amore. Egli il nostro tempio: Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io
cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita (Sal 27,4). E’ meglio un giorno
nei tuoi atri che mille nella mia casa (Sal 84,11). In Lui veniamo santificati.
Un insegnamento della Chiesa spesso dimenticato
52. La Chiesa ha insegnato numerose volte che non siamo giustificati dalle nostre opere o dai
nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa. I Padri della Chiesa, anche prima
di sant’Agostino, hanno espresso con chiarezza questa convinzione primaria. San Giovanni
Crisostomo affermava che Dio versa in noi la fonte stessa di tutti i doni prima che noi siamo
entrati nel combattimento.[53] San Basilio Magno rimarcava che il fedele si gloria solo in Dio,
perch riconosce di essere privo della vera giustizia e giustificato unicamente mediante la fede in
Cristo.[54]
53. Il secondo Sinodo di Orange ha insegnato con ferma autorit che nessun essere umano pu
esigere, meritare o comprare il dono della grazia divina, e che tutto ci che pu cooperare con
essa previamente dono della medesima grazia: Persino il desiderare di essere puri si attua in
noi per infusione e operazione su di noi dello Spirito Santo.[55] Successivamente il Concilio di
Trento, anche quando sottoline l’importanza della nostra cooperazione per la crescita spirituale,
riafferm quell’insegnamento dogmatico: Si afferma che siamo giustificati gratuitamente, perch
nulla di quanto precede la giustificazione, sia la fede, siano le opere, merita la grazia stessa della
giustificazione; perch se grazia, allora non per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe pi
grazia (Rm 11,6).[56]
54. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che il dono della grazia supera le
capacit dell’intelligenza e le forze della volont dell’uomo,[57] e che nei confronti di Dio in
senso strettamente giuridico non c’ merito da parte dell’uomo. Tra Lui e noi la disuguaglianza
smisurata.[58] La sua amicizia ci supera infinitamente, non pu essere comprata da noi con le
nostre opere e pu solo essere un dono della sua iniziativa d’amore. Questo ci invita a vivere con
gioiosa gratitudine per tale dono che mai meriteremo, dal momento che quando uno in grazia,
la grazia che ha gi ricevuto non pu essere meritata.[59] I santi evitano di porre la fiducia nelle
loro azioni: Alla sera di questa vita, comparir davanti a te a mani vuote, perch non ti chiedo,
Signore, di contare le mie opere. Ogni nostra giustizia imperfetta ai tuoi occhi.[60]
55. Questa una delle grandi convinzioni definitivamente acquisite dalla Chiesa, ed tanto
chiaramente espressa nella Parola di Dio che rimane fuori da ogni discussione. Cos come il
supremo comandamento dell’amore, questa verit dovrebbe contrassegnare il nostro stile di vita,
perch attinge al cuore del Vangelo e ci chiama non solo ad accettarla con la mente, ma a
trasformarla in una gioia contagiosa. Non potremo per celebrare con gratitudine il dono gratuito
dell’amicizia con il Signore, se non riconosciamo che anche la nostra esistenza terrena e le nostre
capacit naturali sono un dono. Abbiamo bisogno di riconoscere gioiosamente che la nostra
realt frutto di un dono, e accettare anche la nostra libert come grazia. Questa la cosa difficile
oggi, in un mondo che crede di possedere qualcosa da s stesso, frutto della propria originalit e
libert.[61]
56. Solo a partire dal dono di Dio, liberamente accolto e umilmente ricevuto, possiamo cooperare
con i nostri sforzi per lasciarci trasformare sempre di pi.[62] La prima cosa appartenere a Dio.
Si tratta di offrirci a Lui che ci anticipa, di offrirgli le nostre capacit, il nostro impegno, la nostra
lotta contro il male e la nostra creativit, affinch il suo dono gratuito cresca e si sviluppi in noi: Vi
esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente,
santo e gradito a Dio (Rm 12,1). Del resto, la Chiesa ha sempre insegnato che solo la carit
rende possibile la crescita nella vita di grazia, perch se non avessi la carit, non sarei nulla (1
Cor 13,2).
I nuovi pelagiani
57. Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della
giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volont umana e della
propria capacit, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero
amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la
legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della
dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche,
l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni
cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via
dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i
lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo.[63]
58. Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da
museo o in un possesso di pochi. Questo accade quando alcuni gruppi cristiani danno eccessiva
importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili. In questo modo, spesso
si riduce e si reprime il Vangelo, togliendogli la sua affascinante semplicit e il suo sapore. E’ forse
una forma sottile di pelagianesimo, perch sembra sottomettere la vita della grazia a certe
strutture umane. Questo riguarda gruppi, movimenti e comunit, ed ci che spiega perch tante
volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati... o corrotti.
59. Senza renderci conto, per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato
attraverso norme e strutture ecclesiali, complichiamo il Vangelo e diventiamo schiavi di uno
schema che lascia pochi spiragli perch la grazia agisca. San Tommaso d’Aquino ci ricordava che
i precetti aggiunti al Vangelo da parte della Chiesa devono esigersi con moderazione per non
rendere gravosa la vita ai fedeli, perch cos si muterebbe la nostra religione in una schiavit.[64]
Il riassunto della Legge
60. Al fine di evitare questo, bene ricordare spesso che esiste una gerarchia delle virt, che ci
invita a cercare l’essenziale. Il primato appartiene alle virt teologali, che hanno Dio come oggetto
e motivo. E al centro c’ la carit. San Paolo dice che ci che conta veramente la fede che si
rende operosa per mezzo della carit (Gal 5,6). Siamo chiamati a curare attentamente la carit:
Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge [...] pienezza della Legge infatti la carit (Rm 13,8.10).
Perch tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo
come te stesso (Gal 5,14).
61. Detto in altre parole: in mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni, Ges apre una breccia
che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due
formule o due precetti in pi. Ci consegna due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette
in molti. Perch in ogni fratello, specialmente nel pi piccolo, fragile, indifeso e bisognoso,
presente l’immagine stessa di Dio. Infatti, con gli scarti di questa umanit vulnerabile, alla fine del
tempo, il Signore plasmer la sua ultima opera d’arte. Poich che cosa resta, che cosa ha valore
nella vita, quali ricchezze non svaniscono? Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due
ricchezze non svaniscono!.[65]
62. Che il Signore liberi la Chiesa dalle nuove forme di gnosticismo e di pelagianesimo che la
complicano e la fermano nel suo cammino verso la santit! Queste deviazioni si esprimono in
forme diverse, secondo il proprio temperamento e le proprie caratteristiche. Per questo esorto
ciascuno a domandarsi e a discernere davanti a Dio in che modo si possano rendere manifeste
nella sua vita.
CAPITOLO TERZO
ALLA LUCE DEL MAESTRO

63. Ci possono essere molte teorie su cosa sia la santit, abbondanti spiegazioni e distinzioni.
Tale riflessione potrebbe essere utile, ma nulla pi illuminante che ritornare alle parole di Ges e
raccogliere il suo modo di trasmettere la verit. Ges ha spiegato con tutta semplicit che cos’
essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). Esse
sono come la carta d’identit del cristiano. Cos, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si
fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta semplice: necessario fare, ognuno a
suo modo, quello che dice Ges nel discorso delle Beatitudini.[66] In esse si delinea il volto del
Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianit della nostra vita.
64. La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perch esprime che la persona fedele
a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di s, la vera beatitudine.
Controcorrente
65. Nonostante le parole di Ges possano sembrarci poetiche, tuttavia vanno molto
controcorrente rispetto a quanto abituale, a quanto si fa nella societ; e, anche se questo
messaggio di Ges ci attrae, in realt il mondo ci porta verso un altro stile di vita. Le Beatitudini in
nessun modo sono qualcosa di leggero o di superficiale; al contrario, possiamo viverle solamente
se lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo,
della pigrizia, dell’orgoglio.
66. Torniamo ad ascoltare Ges, con tutto l’amore e il rispetto che merita il Maestro.
Permettiamogli di colpirci con le sue parole, di provocarci, di richiamarci a un reale cambiamento
di vita. Altrimenti la santit sar solo parole. Ricordiamo ora le singole Beatitudini nella versione
del vangelo di Matteo (cfr 5,3-12).[67]
Beati i poveri in spirito, perch di essi il regno dei cieli.
67. Il Vangelo ci invita a riconoscere la verit del nostro cuore, per vedere dove riponiamo la
sicurezza della nostra vita. Normalmente il ricco si sente sicuro con le sue ricchezze, e pensa che
quando esse sono in pericolo, tutto il senso della sua vita sulla terra si sgretola. Ges stesso ce
l’ha detto nella parabola del ricco stolto, parlando di quell’uomo sicuro di s che, come uno
sciocco, non pensava che poteva morire quello stesso giorno (cfr Lc 12,16-21).
68. Le ricchezze non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, talmente
soddisfatto di s stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli, n per godere
delle cose pi importanti della vita. Cos si priva dei beni pi grandi. Per questo Ges chiama beati
i poveri in spirito, che hanno il cuore povero, in cui pu entrare il Signore con la sua costante
novit.
69. Questa povert di spirito molto legata con quella “santa indifferenza” che proponeva
sant’Ignazio di Loyola, nella quale raggiungiamo una bella libert interiore: Per questa ragione
necessario renderci indifferenti verso tutte le cose create (in tutto quello che permesso alla
libert del nostro libero arbitrio e non le proibito), in modo da non desiderare da parte nostra pi
la salute che la malattia, pi la ricchezza che la povert, pi l’onore che il disonore, pi la vita
lunga piuttosto che quella breve, e cos in tutto il resto.[68]
70. Luca non parla di una povert “di spirito” ma di essere poveri e basta (cfr Lc 6,20), e cos ci
invita anche a un’esistenza austera e spoglia. In questo modo, ci chiama a condividere la vita dei
pi bisognosi, la vita che hanno condotto gli Apostoli e in definitiva a conformarci a Ges, che da
ricco che era, si fatto povero (2 Cor 8,9).
Essere poveri nel cuore, questo santit.
Beati i miti, perch avranno in eredit la terra.
71. un’espressione forte, in questo mondo che fin dall’inizio un luogo di inimicizia, dove si litiga
ovunque, dove da tutte le parti c’ odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee,
le loro abitudini, e perfino per il loro modo di parlare e di vestire. Insomma, il regno dell’orgoglio
e della vanit, dove ognuno crede di avere il diritto di innalzarsi al di sopra degli altri. Tuttavia,
nonostante sembri impossibile, Ges propone un altro stile: la mitezza. quello che Lui praticava
con i suoi discepoli e che contempliamo nel suo ingresso in Gerusalemme: Ecco, a te viene il tuo
re, mite, seduto su un’asina e su un puledro (Mt 21,5; cfr Zc 9,9).
72. Egli disse: Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra
vita (Mt 11,29). Se viviamo agitati, arroganti di fronte agli altri, finiamo stanchi e spossati. Ma
quando vediamo i loro limiti e i loro difetti con tenerezza e mitezza, senza sentirci superiori,
possiamo dar loro una mano ed evitiamo di sprecare energie in lamenti inutili. Per santa Teresa di
Lisieux la carit perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle
loro debolezze.[69]
73. Paolo menziona la mitezza come un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,23). Propone che, se
qualche volta ci preoccupano le cattive azioni del fratello, ci avviciniamo per correggerle, ma con
spirito di dolcezza (Gal 6,1), e ricorda: e tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu
(ibid.). Anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza
(cfr 1 Pt 3,16), e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza (cfr 2 Tm 2,25). Nella
Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello della Parola divina.
74. La mitezza un’altra espressione della povert interiore, di chi ripone la propria fiducia
solamente in Dio. Di fatto nella Bibbia si usa spesso la medesima parola anawim per riferirsi ai
poveri e ai miti. Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno
sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sar cos, ma lasciamo che gli altri lo pensino. E’
meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre pi grandi aspirazioni: i miti avranno in
eredit la terra, ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio. Perch i miti, al di
l di ci che dicono le circostanze, sperano nel Signore e quelli che sperano nel Signore
possederanno la terra e godranno di grande pace (cfr Sal 37,9.11). Nello stesso tempo, il Signore
confida in loro: Su chi volger lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema
alla mia parola (Is 66,2).
Reagire con umile mitezza, questo santit.
Beati quelli che sono nel pianto, perch saranno consolati.
75. Il mondo ci propone il contrario: il divertimento, il godimento, la distrazione, lo svago, e ci dice
che questo ci che rende buona la vita. Il mondano ignora, guarda dall’altra parte quando ci
sono problemi di malattia o di dolore in famiglia o intorno a lui. Il mondo non vuole piangere:
preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle, nasconderle. Si spendono molte energie per
scappare dalle situazioni in cui si fa presente la sofferenza, credendo che sia possibile dissimulare
la realt, dove mai, mai pu mancare la croce.
76. La persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel
suo cuore capace di raggiungere le profondit della vita e di essere veramente felice.[70] Quella
persona consolata, ma con la consolazione di Ges e non con quella del mondo. Cos pu
avere il coraggio di condividere la sofferenza altrui e smette di fuggire dalle situazioni dolorose. In
tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere
l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri. Questa persona sente che l’altro carne della sua
carne, non teme di avvicinarsi fino a toccare la sua ferita, ha compassione fino a sperimentare che
le distanze si annullano. Cos possibile accogliere quell’esortazione di san Paolo: Piangete con
quelli che sono nel pianto (Rm 12,15).
Saper piangere con gli altri, questo santit.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perch saranno saziati.
77. Fame e sete sono esperienze molto intense, perch rispondono a bisogni primari e sono
legate all’istinto di sopravvivenza. Ci sono persone che con tale intensit aspirano alla giustizia e
la cercano con un desiderio molto forte. Ges dice che costoro saranno saziati, giacch presto o
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tardi la giustizia arriva, e noi possiamo collaborare perch sia possibile, anche se non sempre
vediamo i risultati di questo impegno.
78. Ma la giustizia che propone Ges non come quella che cerca il mondo, molte volte
macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realt ci mostra quanto sia
facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do
perch mi diano”, in cui tutto commercio. E quanta gente soffre per le ingiustizie, quanti restano
ad osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita. Alcuni
rinunciano a lottare per la vera giustizia e scelgono di salire sul carro del vincitore. Questo non ha
nulla a che vedere con la fame e la sete di giustizia che Ges elogia.
79. Tale giustizia incomincia a realizzarsi nella vita di ciascuno quando si giusti nelle proprie
decisioni, e si esprime poi nel cercare la giustizia per i poveri e i deboli. Certo la parola “giustizia”
pu essere sinonimo di fedelt alla volont di Dio con tutta la nostra vita, ma se le diamo un senso
molto generale dimentichiamo che si manifesta specialmente nella giustizia con gli indifesi:
Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della
vedova (Is 1,17).
Cercare la giustizia con fame e sete, questo santit.
Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia.
80. La misericordia ha due aspetti: dare, aiutare, servire gli altri e anche perdonare,
comprendere. Matteo riassume questo in una regola d’oro: Tutto quanto vorrete che gli uomini
facciano a voi, anche voi fatelo a loro (7,12). Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve
applicare in ogni caso,[71] in modo speciale quando qualcuno talvolta si trova ad affrontare
situazioni difficili che rendono incerto il giudizio morale.[72]
81. Dare e perdonare tentare di riprodurre nella nostra vita un piccolo riflesso della perfezione di
Dio, che dona e perdona in modo sovrabbondante. Per questo motivo nel vangelo di Luca non
troviamo siate perfetti (Mt 5,48), ma siate misericordiosi, come il Padre vostro
misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;
perdonate e sarete perdonati; date e vi sar dato (6,36-38). E dopo Luca aggiunge qualcosa che
non dovremmo trascurare: Con la misura con la quale misurate, sar misurato a voi in cambio
(6,38). La misura che usiamo per comprendere e perdonare verr applicata a noi per perdonarci.
La misura che applichiamo per dare, sar applicata a noi nel cielo per ricompensarci. Non ci
conviene dimenticarlo.
82. Ges non dice “Beati quelli che programmano vendetta”, ma chiama beati coloro che
perdonano e lo fanno settanta volte sette (Mt 18,22). Occorre pensare che tutti noi siamo un
esercito di perdonati. Tutti noi siamo stati guardati con compassione divina. Se ci accostiamo
sinceramente al Signore e affiniamo l’udito, probabilmente sentiremo qualche volta questo
rimprovero: Non dovevi anche tu aver piet del tuo compagno, cos come io ho avuto piet di
te? (Mt 18,33).
Guardare e agire con misericordia, questo santit.
Beati i puri di cuore, perch vedranno Dio.
83. Questa beatitudine si riferisce a chi ha un cuore semplice, puro, senza sporcizia, perch un
cuore che sa amare non lascia entrare nella propria vita alcuna cosa che minacci quell’amore, che
lo indebolisca o che lo ponga in pericolo. Nella Bibbia, il cuore sono le nostre vere intenzioni, ci
che realmente cerchiamo e desideriamo, al di l di quanto manifestiamo: L’uomo vede
l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1 Sam 16,7). Egli cerca di parlarci nel cuore (cfr Os
2,16) e l desidera scrivere la sua Legge (cfr Ger 31,33). In definitiva, vuole darci un cuore nuovo
(cfr Ez 36,26).
84. Pi di ogni cosa degna di cura custodisci il tuo cuore (Pr 4,23). Nulla di macchiato dalla
falsit ha valore reale per il Signore. Egli fugge ogni inganno, si tiene lontano dai discorsi
insensati (Sap 1,5). Il Padre, che vede nel segreto (Mt 6,6), riconosce ci che non pulito,
vale a dire ci che non sincero, ma solo scorza e apparenza, come pure il Figlio sa quello che
c’ nell’uomo (Gv 2,25).
85. vero che non c’ amore senza opere d’amore, ma questa beatitudine ci ricorda che il
Signore si aspetta una dedizione al fratello che sgorghi dal cuore, poich se anche dessi in cibo
tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carit, a nulla mi
servirebbe (1 Cor 13,3). Nel vangelo di Matteo vediamo pure che quanto viene dal cuore ci
che rende impuro l’uomo (cfr 15,18), perch da l procedono gli omicidi, i furti, le false
testimonianze, e cos via (cfr 15,19). Nelle intenzioni del cuore hanno origine i desideri e le
decisioni pi profondi che realmente ci muovono.
86. Quando il cuore ama Dio e il prossimo (cfr Mt 22,36-40), quando questo la sua vera
intenzione e non parole vuote, allora quel cuore puro e pu vedere Dio. San Paolo, nel suo inno
alla carit, ricorda che adesso noi vediamo come in uno specchio, in modo confuso (1 Cor
13,12), ma nella misura in cui regna veramente l’amore, diventeremo capaci di vedere faccia a
faccia (ibid.). Ges promette che quelli che hanno un cuore puro vedranno Dio.
Mantenere il cuore pulito da tutto ci che sporca l’amore, questo santit.
Beati gli operatori di pace, perch saranno chiamati figli di Dio.
87. Questa beatitudine ci fa pensare alle numerose situazioni di guerra che si ripetono. Per noi
molto comune essere causa di conflitti o almeno di incomprensioni. Per esempio, quando sento
qualcosa su qualcuno e vado da un altro e glielo dico; e magari faccio una seconda versione un
po’ pi ampia e la diffondo. E se riesco a fare pi danno, sembra che mi procuri pi soddisfazione.
Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la
pace. Questa gente piuttosto nemica della pace e in nessun modo beata.[73]
88. I pacifici sono fonte di pace, costruiscono pace e amicizia sociale. A coloro che si impegnano
a seminare pace dovunque, Ges fa una meravigliosa promessa: Saranno chiamati figli di Dio
(Mt 5,9). Egli chiedeva ai discepoli che quando fossero giunti in una casa dicessero: Pace a
questa casa! (Lc 10,5). La Parola di Dio sollecita ogni credente a cercare la pace insieme agli
altri (cfr 2 Tm 2,22), perch per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un
frutto di giustizia (Gc 3,18). E se in qualche caso nella nostra comunit abbiamo dubbi su che
cosa si debba fare, cerchiamo ci che porta alla pace (Rm 14,19), perch l’unit superiore al
conflitto.[74]
89. Non facile costruire questa pace evangelica che non esclude nessuno, ma che integra
anche quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate, quelli che chiedono
attenzione, quelli che sono diversi, chi molto colpito dalla vita, chi ha altri interessi. duro e
richiede una grande apertura della mente e del cuore, poich non si tratta di un consenso a
tavolino o [di] un’effimera pace per una minoranza felice[75], n di un progetto di pochi
indirizzato a pochi.[76] Nemmeno cerca di ignorare o dissimulare i conflitti, ma di accettare di
sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo
processo.[77] Si tratta di essere artigiani della pace, perch costruire la pace un’arte che
richiede serenit, creativit, sensibilit e destrezza.
Seminare pace intorno a noi, questo santit.
Beati i perseguitati per la giustizia, perch di essi il regno dei cieli.
90. Ges stesso sottolinea che questo cammino va controcorrente fino al punto da farci diventare
persone che con la propria vita mettono in discussione la societ, persone che danno fastidio.
Ges ricorda quanta gente perseguitata ed stata perseguitata semplicemente per aver lottato
per la giustizia, per aver vissuto i propri impegni con Dio e con gli altri. Se non vogliamo
sprofondare in una oscura mediocrit, non pretendiamo una vita comoda, perch chi vuol salvare
la propria vita, la perder (Mt 16,25).
91. Non si pu aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole, perch molte
volte le ambizioni del potere e gli interessi mondani giocano contro di noi. San Giovanni Paolo II
diceva che alienata la societ che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e
di consumo, rende pi difficile la realizzazione [del] dono [di s] e il costituirsi [della] solidariet
interumana[78]. In una tale societ alienata, intrappolata in una trama politica, mediatica,
economica, culturale e persino religiosa che ostacola l’autentico sviluppo umano e sociale, vivere
le Beatitudini diventa difficile e pu essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata.
92. La croce, soprattutto le stanchezze e i patimenti che sopportiamo per vivere il comandamento
dell’amore e il cammino della giustizia, fonte di maturazione e di santificazione. Ricordiamo che,
quando il Nuovo Testamento parla delle sofferenze che bisogna sopportare per il Vangelo, si
riferisce precisamente alle persecuzioni (cfr At 5,41; Fil 1,29; Col 1,24; 2 Tm 1,12; 1 Pt 2,20; 4,14-
16; Ap 2,10).
93. Parliamo per delle persecuzioni inevitabili, non di quelle che ci potremmo procurare noi stessi
con un modo sbagliato di trattare gli altri. Un santo non una persona eccentrica, distaccata, che
si rende insopportabile per la sua vanit, la sua negativit e i suoi risentimenti. Non erano cos gli
Apostoli di Cristo. Il libro degli Atti racconta insistentemente che essi godevano della simpatia di
tutto il popolo (2,47; cfr 4,21.33; 5,13), mentre alcune autorit li ricercavano e li perseguitavano
(cfr 4,1-3; 5,17-18).
94. Le persecuzioni non sono una realt del passato, perch anche oggi le soffriamo, sia in
maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo pi sottile, attraverso calunnie
e falsit. Ges dice che ci sar beatitudine quando mentendo, diranno ogni sorta di male contro
di voi per causa mia (Mt 5,11). Altre volte si tratta di scherni che tentano di sfigurare la nostra
fede e di farci passare per persone ridicole.
Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo santit.
La grande regola di comportamento
95. Nel capitolo 25 del vangelo di Matteo (vv. 31-46), Ges torna a soffermarsi su una di queste
beatitudini, quella che dichiara beati i misericordiosi. Se cerchiamo quella santit che gradita agli
occhi di Dio, in questo testo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale
saremo giudicati: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da
bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in
carcere e siete venuti a trovarmi (25,35-36).
Per fedelt al Maestro
96. Essere santi non significa, pertanto, lustrarsi gli occhi in una presunta estasi. Diceva san
Giovanni Paolo II che se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo
scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi.[79] Il testo di
Matteo 25,35-36 non un semplice invito alla carit: una pagina di cristologia, che proietta un
fascio di luce sul mistero di Cristo.[80] In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei
sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte pi profonde, alle quali
ogni santo cerca di conformarsi.
97. Davanti alla forza di queste richieste di Ges mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di
accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e
scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santit non si pu
capire n vivere prescindendo da queste sue esigenze, perch la misericordia il cuore pulsante
del Vangelo.[81]
98. Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire
che questo fagotto un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio
cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i
politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a
partire dalla fede e dalla carit e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignit, una
creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo
essere cristiani! O si pu forse intendere la santit prescindendo da questo riconoscimento vivo
della dignit di ogni essere umano?[82]
99. Questo implica per i cristiani una sana e permanente insoddisfazione. Anche se dare sollievo
a una sola persona gi giustificherebbe tutti i nostri sforzi, ci non ci basta. I Vescovi del Canada
lo hanno affermato chiaramente mostrando che, negli insegnamenti biblici riguardo al Giubileo,
per esempio, non si tratta solo di realizzare alcune buone azioni, bens di cercare un cambiamento
sociale: Affinch anche le generazioni a venire fossero liberate, evidentemente l’obiettivo doveva
essere il ripristino di sistemi sociali ed economici giusti perch non potesse pi esserci
esclusione.[83]
Le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo
100. Purtroppo a volte le ideologie ci portano a due errori nocivi. Da una parte, quello dei cristiani
che separano queste esigenze del Vangelo dalla propria relazione personale con il Signore,
dall’unione interiore con Lui, dalla grazia. Cos si trasforma il cristianesimo in una sorta di ONG,
privandolo di quella luminosa spiritualit che cos bene hanno vissuto e manifestato san
Francesco d’Assisi, san Vincenzo de Paoli, santa Teresa di Calcutta e molti altri. A questi grandi
santi n la preghiera, n l’amore di Dio, n la lettura del Vangelo diminuirono la passione e
l’efficacia della loro dedizione al prossimo, ma tutto il contrario.
101. Nocivo e ideologico anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli
altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista,
populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose pi importanti o come se interessasse
solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. La difesa dell’innocente che non
nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perch l in gioco la dignit della
vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di l del suo sviluppo. Ma
ugualmente sacra la vita dei poveri che sono gi nati, che si dibattono nella miseria,
nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli
anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavit, e in ogni forma di scarto.[84] Non possiamo
proporci un ideale di santit che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano,
spendono allegramente e riducono la propria vita alle novit del consumo, mentre altri guardano
solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente.
102. Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un
tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che un tema
secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i
suoi successi si pu comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di
mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo
riconoscere che precisamente quello che ci chiede Ges quando ci dice che accogliamo Lui
stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche
se ci avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabil che tutti gli ospiti che si
presentassero al monastero li si accogliesse come Cristo,[85] esprimendolo perfino con gesti di
adorazione,[86] e che i poveri pellegrini li si trattasse con la massima cura e sollecitudine.[87]
103. Qualcosa di simile prospetta l’Antico Testamento quando dice: Non molesterai il forestiero
n lo opprimerai, perch voi siete stati forestieri in terra d’Egitto (Es 22,20). Il forestiero
dimorante fra voi lo tratterete come colui che nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perch
anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto (Lv 19,33-34). Pertanto, non si tratta
dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero. Anche noi, nel contesto attuale, siamo
chiamati a vivere il cammino di illuminazione spirituale che ci presentava il profeta Isaia quando si
domandava che cosa gradito a Dio: Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi
parenti? Allora la tua luce sorger come l’aurora (58,7-8).
Il culto che Lui pi gradisce
104. Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente
osservando alcune norme etiche – vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e
dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita anzitutto ci che abbiamo fatto agli altri.
La preghiera preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto gradito a
Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosit e quando lasciamo che il dono di Dio
che in esso riceviamo si manifesti nella dedizione ai fratelli.
105. Per la stessa ragione, il modo migliore per discernere se il nostro cammino di preghiera
autentico sar osservare in che misura la nostra vita si va trasformando alla luce della
misericordia. Perch la misericordia non solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire
chi sono i suoi veri figli.[88] Essa l’architrave che sorregge la vita della Chiesa.[89] Desidero
sottolineare ancora una volta che, bench la misericordia non escluda la giustizia e la verit,
anzitutto dobbiamo dire che la misericordia la pienezza della giustizia e la manifestazione pi
luminosa della verit di Dio.[90] Essa la chiave del cielo.[91]
106. Non posso tralasciare di ricordare quell’interrogativo che si poneva san Tommaso d’Aquino
quando si domandava quali sono le nostre azioni pi grandi, quali sono le opere esterne che
meglio manifestano il nostro amore per Dio. Egli rispose senza dubitare che sono le opere di
misericordia verso il prossimo,[92] pi che gli atti di culto: Noi non esercitiamo il culto verso Dio
con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo: Egli
infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra
devozione e a vantaggio del prossimo. Perci la misericordia con la quale si soccorre la miseria
altrui un sacrificio a lui pi accetto, assicurando esso pi da vicino il bene del prossimo.[93]
107. Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a
santificarsi perch la sua esistenza glorifichi il Santo, chiamato a tormentarsi, spendersi e
stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia. ci che aveva capito molto bene santa
Teresa di Calcutta: S, ho molte debolezze umane, molte miserie umane. […] Ma Lui si abbassa
e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i
nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo
e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci rester tempo per gli
altri.[94]
108. Il consumismo edonista pu giocarci un brutto tiro, perch nell’ossessione di divertirsi finiamo
con l’essere eccessivamente concentrati su noi stessi, sui nostri diritti e nell’esasperazione di
avere tempo libero per godersi la vita. Sar difficile che ci impegniamo e dedichiamo energie a
dare una mano a chi sta male se non coltiviamo una certa austerit, se non lottiamo contro questa
febbre che ci impone la societ dei consumi per venderci cose, e che alla fine ci trasforma in
poveri insoddisfatti che vogliono avere tutto e provare tutto. Anche il consumo di informazione
superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento
che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli. In mezzo a
questa voragine attuale, il Vangelo risuona nuovamente per offrirci una vita diversa, pi sana e pi
felice.
* * *
109. La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di
comportamento del giudizio finale. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti,
perch il cristianesimo fatto soprattutto per essere praticato, e se anche oggetto di riflessione,
ci ha valore solo quando ci aiuta a vivere il Vangelo nella vita quotidiana. Raccomando
vivamente di rileggere spesso questi grandi testi biblici, di ricordarli, di pregare con essi e tentare
di incarnarli. Ci faranno bene, ci renderanno genuinamente felici.
CAPITOLO QUARTO
ALCUNE CARATTERISTICHE DELLA SANTITNEL MONDO ATTUALE

110. All’interno del grande quadro della santit che ci propongono le Beatitudini e Matteo 25,31-
46, vorrei raccogliere alcune caratteristiche o espressioni spirituali che, a mio giudizio, sono
indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui il Signore ci chiama. Non mi fermer a
spiegare i mezzi di santificazione che gi conosciamo: i diversi metodi di preghiera, i preziosi
sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’offerta dei sacrifici, le varie forme di devozione,
la direzione spirituale, e tanti altri. Mi riferir solo ad alcuni aspetti della chiamata alla santit che
spero risuonino in maniera speciale.
111. Queste caratteristiche che voglio evidenziare non sono tutte quelle che possono costituire un
modello di santit, ma sono cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo che
considero di particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi. In essa si
manifestano: l’ansiet nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negativit e la tristezza;
l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualit senza
incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale.
Sopportazione, pazienza e mitezza
112. La prima di queste grandi caratteristiche rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene.
A partire da questa fermezza interiore possibile sopportare, sostenere le contrariet, le
vicissitudini della vita, e anche le aggressioni degli altri, le loro infedelt e i loro difetti: Se Dio
con noi, chi sar contro di noi? (Rm 8,31). Questo fonte di pace che si esprime negli
atteggiamenti di un santo. Sulla base di tale solidit interiore, la testimonianza di santit, nel
nostro mondo accelerato, volubile e aggressivo, fatta di pazienza e costanza nel bene. E’ la
fedelt dell’amore, perch chi si appoggia su Dio (pistis) pu anche essere fedele davanti ai fratelli
(pists), non li abbandona nei momenti difficili, non si lascia trascinare dall’ansiet e rimane
accanto agli altri anche quando questo non gli procura soddisfazioni immediate.
113. San Paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere a nessuno male per male (Rm 12,17),
a non voler farsi giustizia da s stessi (cfr v. 19) e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il
male con il bene (cfr v. 21). Questo atteggiamento non segno di debolezza ma della vera forza,
perch Dio stesso lento all’ira, ma grande nella potenza (Na 1,3). La Parola di Dio ci
ammonisce: Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di
malignit (Ef 4,31).
114. E’ necessario lottare e stare in guardia davanti alle nostre inclinazioni aggressive ed
egocentriche per non permettere che mettano radici: Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il
sole sopra la vostra ira (Ef 4,26). Quando ci sono circostanze che ci opprimono, possiamo
sempre ricorrere all’ancora della supplica, che ci conduce a stare nuovamente nelle mani di Dio e
vicino alla fonte della pace: Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio
le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni
intelligenza, custodir i vostri cuori (Fil 4,6-7).
115. Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet e i diversi
ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si
tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon
nome altrui. Cos si verifica un pericoloso dualismo, perch in queste reti si dicono cose che non
sarebbero tollerabili nella vita pubblica, e si cerca di compensare le proprie insoddisfazioni
scaricando con rabbia i desideri di vendetta. E’ significativo che a volte, pretendendo di difendere
altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: Non dire falsa testimonianza, e si
distrugga l’immagine altrui senza piet. L si manifesta senza alcun controllo che la lingua il
mondo del male e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (Gc 3,6).
116. La fermezza interiore, che opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla
violenza che invade la vita sociale, perch la grazia smorza la vanit e rende possibile la mitezza
del cuore. Il santo non spreca le sue energie lamentandosi degli errori altrui, capace di fare
silenzio davanti ai difetti dei fratelli ed evita la violenza verbale che distrugge e maltratta, perch
non si ritiene degno di essere duro con gli altri, ma piuttosto li considera superiori a s stesso
(Fil 2,3).
117. Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giudici spietati, considerare gli
altri come indegni e pretendere continuamente di dare lezioni. Questa una sottile forma di
violenza.[95] San Giovanni della Croce proponeva un’altra cosa: Sii pi inclinato ad essere
ammaestrato da tutti che a volere ammaestrare chi inferiore a tutti.[96] E aggiungeva un
consiglio per tenere lontano il demonio: Rallegrandoti del bene degli altri come se fosse tuo e
cercando sinceramente che questi siano preferiti a te in tutte le cose. In tal modo vincerai il male
con il bene, caccerai lontano da te il demonio e ne ricaverai gioia di spirito. Cerca di fare ci
specialmente con coloro i quali meno ti sono simpatici. Sappi che se non ti eserciterai in questo
campo, non giungerai alla vera carit n farai profitto in essa.[97]
118. L’umilt pu radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’
umilt n santit. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e
non sei sulla via della santit. La santit che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante
l’umiliazione del suo Figlio: questa la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Ges, parte
ineludibile dell’imitazione di Cristo: Cristo pat per voi, lasciandovi un esempio, perch ne
seguiate le orme (1 Pt 2,21). Egli a sua volta manifesta l’umilt del Padre, che si umilia per
camminare con il suo popolo, che sopporta le sue infedelt e mormorazioni (cfr Es 34,6-9; Sap
11,23-12,2; Lc 6,36). Per questa ragione gli Apostoli, dopo l’umiliazione, erano lieti di essere stati
giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Ges (At 5,41).
119. Non mi riferisco solo alle situazioni violente di martirio, ma alle umiliazioni quotidiane di
coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di s stessi e
preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte
preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore: Se, facendo il
bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ci sar gradito davanti a Dio (1 Pt 2,20). Non
camminare a capo chino, parlare poco o sfuggire dalla societ. A volte, proprio perch libero
dall’egocentrismo, qualcuno pu avere il coraggio di discutere amabilmente, di reclamare giustizia
o di difendere i deboli davanti ai potenti, bench questo gli procuri conseguenze negative per la
sua immagine.
120. Non dico che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perch questo sarebbe masochismo,
ma che si tratta di una via per imitare Ges e crescere nell’unione con Lui. Questo non
comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta. E’ una grazia che
abbiamo bisogno di supplicare: “Signore, quando vengono le umiliazioni, aiutami a sentire che mi
trovo dietro di te, sulla tua via”.
121. Tale atteggiamento presuppone un cuore pacificato da Cristo, libero da quell’aggressivit che
scaturisce da un io troppo grande. La stessa pacificazione, operata dalla grazia, ci permette di
mantenere una sicurezza interiore e resistere, perseverare nel bene anche se vado per una valle
oscura (Sal 23,4) o anche se contro di me si accampa un esercito (Sal 27,3). Saldi nel
Signore, la Roccia, possiamo cantare: In pace mi corico e subito mi addormento, perch tu solo,
Signore, fiducioso mi fai riposare (Sal 4,9). In definitiva, Cristo la nostra pace (Ef 2,14) ed
venuto a dirigere i nostri passi sulla via della pace (Lc 1,79). Egli comunic a santa Faustina
Kowalska che l’umanit non trover pace, finch non si rivolger con fiducia alla Mia
Misericordia.[98] Non cadiamo dunque nella tentazione di cercare la sicurezza interiore nei
successi, nei piaceri vuoti, nel possedere, nel dominio sugli altri o nell’immagine sociale: Vi do la
mia pace, ma non come la d il mondo (Gv 14,27).
Gioia e senso dell’umorismo
122. Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso
profilo senza energia. Il santo capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere
il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani gioia
nello Spirito Santo (Rm 14,17), perch all’amore di carit segue necessariamente la gioia.
Poich chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […] Per cui alla carit segue la gioia.[99]
Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo in mezzo a grandi prove, con la
gioia dello Spirito Santo (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e
ci cambi la vita, allora potremo realizzare ci che chiedeva san Paolo: Siate sempre lieti nel
Signore, ve lo ripeto: siate lieti (Fil 4,4).
123. I profeti annunciavano il tempo di Ges, che noi stiamo vivendo, come una rivelazione della
gioia: Canta ed esulta! (Is 12,6); Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza
la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme (Is 40,9); Gridate di gioia, o
monti, perch il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri (Is 49,13);
Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli
giusto e vittorioso (Zc 9,9). E non dimentichiamo l’esortazione di Neemia: Non vi rattristate,
perch la gioia del Signore la vostra forza (8,10).
124. Maria, che ha saputo scoprire la novit portata da Ges, cantava: Il mio spirito esulta (Lc
1,47) e Ges stesso esult di gioia nello Spirito Santo (Lc 10,21). Quando Lui passava, la folla
intera esultava (Lc 13,17). Dopo la sua risurrezione, dove giungevano i discepoli si riscontrava
una grande gioia (At 8,8). A noi Ges d una sicurezza: Voi sarete nella tristezza, ma la vostra
tristezza si cambier in gioia. […] Vi vedr di nuovo e il vostro cuore si rallegrer e nessuno potr
togliervi la vostra gioia (Gv 16,20.22). Vi ho detto queste cose perch la mia gioia sia in voi e la
vostra gioia sia piena (Gv 15,11).
125. Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente pu distruggere la gioia soprannaturale, che
si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla
certezza personale di essere infinitamente amato, al di l di tutto.[100] E’ una sicurezza interiore,
una serenit piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i
criteri mondani.
126. Ordinariamente la gioia cristiana accompagnata dal senso dell’umorismo, cos evidente, ad
esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri. Il malumore non
un segno di santit: Caccia la malinconia dal tuo cuore (Qo 11,10). E’ cos tanto quello che
riceviamo dal Signore perch possiamo goderne (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza legata
all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in s stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni
di Dio.[101]
127. Il suo amore paterno ci invita: Figlio, […] trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice
(Sir 14,11.14). Ci vuole positivi, grati e non troppo complicati: Nel giorno lieto sta’ allegro […]. Dio
ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni (Qo 7,14.29). In
ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo: Ho imparato a
bastare a me stesso in ogni occasione (Fil 4,11). E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi,
capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo
per la brezza che accarezzava il suo volto.
128. Non sto parlando della gioia consumista e individualista cos presente in alcune esperienze
culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; pu offrire piaceri
occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in
comunione, che si condivide e si partecipa, perch si pi beati nel dare che nel ricevere (At
20,35) e Dio ama chi dona con gioia (2 Cor 9,7). L’amore fraterno moltiplica la nostra capacit
di gioia, poich ci rende capaci di gioire del bene degli altri: Rallegratevi con quelli che sono nella
gioia (Rm 12,15). Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti (2 Cor 13,9). Invece,
se ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessit, ci condanniamo a vivere con poca
gioia.[102]
Audacia e fervore
129. Nello stesso tempo, la santit parresia: audacia, slancio evangelizzatore che lascia un
segno in questo mondo. Perch ci sia possibile, Ges stesso ci viene incontro e ci ripete con
serenit e fermezza: Non abbiate paura (Mc 6,50). Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine
del mondo (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con
quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad
annunciare Ges Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libert, fervore apostolico, tutto questo
compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libert di
un’esistenza che aperta, perch si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28;
28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).
130. Il beato Paolo VI menzionava tra gli ostacoli dell’evangelizzazione proprio la carenza di
parresia: la mancanza di fervore, tanto pi grave perch nasce dal di dentro.[103] Quante volte
ci sentiamo strattonati per fermarci sulla comoda riva! Ma il Signore ci chiama a navigare al largo
e a gettare le reti in acque pi profonde (cfr Lc 5,4). Ci invita a spendere la nostra vita al suo
servizio. Aggrappati a Lui abbiamo il coraggio di mettere tutti i nostri carismi al servizio degli altri.
Potessimo sentirci spinti dal suo amore (cfr 2 Cor 5,14) e dire con san Paolo: Guai a me se non
annuncio il Vangelo! (1 Cor 9,16).
131. Guardiamo a Ges: la sua compassione profonda non era qualcosa che lo concentrasse su
di s, non era una compassione paralizzante, timida o piena di vergogna come molte volte
succede a noi, ma tutto il contrario. Era una compassione che lo spingeva a uscire da s con forza
per annunciare, per inviare in missione, per inviare a guarire e a liberare. Riconosciamo la nostra
fragilit ma lasciamo che Ges la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma
portatori di un tesoro che ci rende grandi e che pu rendere pi buoni e felici quelli che lo
accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione.
132. La parresia sigillo dello Spirito, testimonianza dell’autenticit dell’annuncio. E’ felice
sicurezza che ci porta a gloriarci del Vangelo che annunciamo, fiducia irremovibile nella fedelt
del Testimone fedele, che ci d la certezza che nulla potr mai separarci dall’amore di Dio (Rm
8,39).
133. Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito per non essere paralizzati dalla paura e dal
calcolo, per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri. Ricordiamoci che ci che
rimane chiuso alla fine ha odore di umidit e ci fa ammalare. Quando gli Apostoli provarono la
tentazione di lasciarsi paralizzare dai timori e dai pericoli, si misero a pregare insieme chiedendo
la parresia: E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di
proclamare con tutta franchezza la tua parola (At 4,29). E la risposta fu che quand’ebbero
terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati trem e tutti furono colmati di Spirito Santo e
proclamavano la parola di Dio con franchezza (At 4,31).
134. Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo
sicuro che pu avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi,
dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo,
rifugio nelle norme. Talvolta facciamo fatica ad uscire da un territorio che ci era conosciuto e a
portata di mano. Tuttavia, le difficolt possono essere come la tempesta, la balena, il verme che
fece seccare il ricino di Giona, o il vento e il sole che gli scottarono la testa; e come fu per lui,
possono avere la funzione di farci tornare a quel Dio che tenerezza e che vuole condurci a
un’itineranza costante e rinnovatrice.
135. Dio sempre novit, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare
oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce l dove si trova l’umanit pi ferita e
dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialit e del conformismo, continuano
a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Non ha paura! Va
sempre al di l dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si fatto periferia (cfr Fil 2,6-
8; Gv 1,14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, l lo troveremo: Lui sar gi l. Ges ci
precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima
ottenebrata. Lui gi l.
136. E’ vero che bisogna aprire la porta a Ges Cristo, perch Lui bussa e chiama (cfr Ap 3,20).
Ma a volte mi domando se, a causa dell’aria irrespirabile della nostra autoreferenzialit, Ges non
star bussando dentro di noi perch lo lasciamo uscire. Nel Vangelo vediamo come Ges
andava per citt e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio (Lc 8,1).
Anche dopo la risurrezione, quando i discepoli partirono in ogni direzione, il Signore agiva
insieme con loro (Mc 16,20). Questa la dinamica che scaturisce dal vero incontro.
137. L’abitudine ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non
possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che sempre stato cos e che tuttavia siamo
andati avanti. Per l’abitudine noi non affrontiamo pi il male e permettiamo che le cose “vadano
come vanno”, o come alcuni hanno deciso che debbano andare. Ma dunque lasciamo che il
Signore venga a risvegliarci, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia.
Sfidiamo l’abitudinariet, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci
smuovere da ci che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto.
138. Ci mette in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad
annunciare e servire con grande fedelt, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della
loro comodit. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e
funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I
santi sorprendono, spiazzano, perch la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrit tranquilla e
anestetizzante.
139. Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un
passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a
fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia
contemplare la storia nella prospettiva di Ges risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi,
potr andare avanti accogliendo le sorprese del Signore.
In comunit
140. E’ molto difficile lottare contro la propria concupiscenza e contro le insidie e tentazioni del
demonio e del mondo egoista se siamo isolati. E’ tale il bombardamento che ci seduce che, se
siamo troppo soli, facilmente perdiamo il senso della realt, la chiarezza interiore, e soccombiamo.
141. La santificazione un cammino comunitario, da fare a due a due. Cos lo rispecchiano
alcune comunit sante. In varie occasioni la Chiesa ha canonizzato intere comunit che hanno
vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri. Pensiamo,
ad esempio, ai sette santi fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, alle sette beate religiose del
primo monastero della Visitazione di Madrid, a san Paolo Miki e compagni martiri in Giappone, a
sant’Andrea Taegon e compagni martiri in Corea, ai santi Rocco Gonzles e Alfonso Rodrguez e
compagni martiri in Sud America. Ricordiamo anche la recente testimonianza dei monaci trappisti
di Tibhirine (Algeria), che si sono preparati insieme al martirio. Allo stesso modo ci sono molte
coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi stato strumento per la santificazione dell’altro.
Vivere e lavorare con altri senza dubbio una via di crescita spirituale. San Giovanni della Croce
diceva a un discepolo: stai vivendo con altri perch ti lavorino e ti esercitino nella virt.[104]
142. La comunit chiamata a creare quello spazio teologale in cui si pu sperimentare la
mistica presenza del Signore risorto.[105] Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia
ci rende pi fratelli e ci trasforma via via in comunit santa e missionaria. Questo d luogo anche
ad autentiche esperienze mistiche vissute in comunit, come fu il caso di san Benedetto e santa
Scolastica, o di quel sublime incontro spirituale che vissero insieme sant’Agostino e sua madre
santa Monica: All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto,
ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci
trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci
ospitava […]. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte
della vita, che presso di te […]. E mentre parlavamo e anelavamo verso di lei [la Sapienza], la
cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente [… cos che] la vita eterna [somiglierebbe] a
quel momento d’intuizione che ci fece sospirare.[106]
143. Ma queste esperienze non sono la cosa pi frequente, n la pi importante. La vita
comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunit religiosa o in qualunque altra, fatta di tanti
piccoli dettagli quotidiani. Questo capitava nella comunit santa che formarono Ges, Maria e
Giuseppe, dove si rispecchiata in modo paradigmatico la bellezza della comunione trinitaria. Ed
anche ci che succedeva nella vita comunitaria che Ges condusse con i suoi discepoli e con la
gente semplice del popolo.
144. Ricordiamo come Ges invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari.
Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa.
Il piccolo particolare che mancava una pecora.
Il piccolo particolare della vedova che offr le sue due monetine.
Il piccolo particolare di avere olio di riserva per le lampade se lo sposo ritarda.
Il piccolo particolare di chiedere ai discepoli di vedere quanti pani avevano.
Il piccolo particolare di avere un fuocherello pronto e del pesce sulla griglia mentre aspettava i
discepoli all’alba.
145. La comunit che custodisce i piccoli particolari dell’amore,[107] dove i membri si prendono
cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, luogo della presenza
del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre. A volte, per un dono dell’amore
del Signore, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate consolanti esperienze di Dio:
Una sera d’inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, […] a un tratto udii in
lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben
illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda
complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo;
invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi […]. Non posso esprimere ci che
accadde nella mia anima, quello che so che il Signore la illumin con i raggi della verit che
superano talmente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia
felicit.[108]
146. Contro la tendenza all’individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del
benessere appartato dagli altri, il nostro cammino di santificazione non pu cessare di identificarci
con quel desiderio di Ges: che tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te
(Gv 17,21).
In preghiera costante
147. Infine, malgrado sembri ovvio, ricordiamo che la santit fatta di apertura abituale alla
trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo una persona dallo spirito
orante, che ha bisogno di comunicare con Dio. E’ uno che non sopporta di soffocare
nell’immanenza chiusa di questo mondo, e in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi sospira per
Dio, esce da s nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore. Non credo
nella santit senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di
sentimenti intensi.
148. San Giovanni della Croce raccomandava di procurare di stare sempre alla presenza di Dio,
sia essa reale o immaginaria o unitiva, per quanto lo comporti l’attivit.[109] In fondo il
desiderio di Dio che non pu fare a meno di manifestarsi in qualche modo attraverso la nostra vita
quotidiana: Sia assiduo all’orazione senza tralasciarla neppure in mezzo alle occupazioni
esteriori. Sia che mangi o beva, sia che parli o tratti con i secolari o faccia qualche altra cosa,
desideri sempre Dio tenendo in Lui l’affetto del cuore.[110]
149. Ci nonostante, perch questo sia possibile, sono necessari anche alcuni momenti dedicati
solo a Dio, in solitudine con Lui. Per santa Teresa d’Avila la preghiera un intimo rapporto di
amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere
amati.[111] Vorrei insistere sul fatto che questo non solo per pochi privilegiati, ma per tutti,
perch abbiamo tutti bisogno di questo silenzio carico di presenza adorata.[112] La preghiera
fiduciosa una risposta del cuore che si apre a Dio a tu per tu, dove si fanno tacere tutte le voci
per ascoltare la soave voce del Signore che risuona nel silenzio.
150. In tale silenzio possibile discernere, alla luce dello Spirito, le vie di santit che il Signore ci
propone. Diversamente, tutte le nostre decisioni potranno essere soltanto “decorazioni” che,
invece di esaltare il Vangelo nella nostra vita, lo ricopriranno e lo soffocheranno. Per ogni
discepolo indispensabile stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui, imparare sempre. Se
non ascoltiamo, tutte le nostre parole saranno unicamente rumori che non servono a niente.
151. Ricordiamo che la contemplazione del volto di Ges morto e risorto che ricompone la
nostra umanit, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non
dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo.[113] mDunque mi permetto di chiederti:
ci sono momenti in cui ti poni alla sua presenza in silenzio, rimani con Lui senza fretta, e ti lasci
guardare da Lui? Lasci che il suo fuoco infiammi il tuo cuore? Se non permetti che Lui alimenti in
esso il calore dell’amore e della tenerezza, non avrai fuoco, e cos come potrai infiammare il cuore
degli altri con la tua testimonianza e le tue parole? E se davanti al volto di Cristo ancora non riesci
a lasciarti guarire e trasformare, allora penetra nelle viscere del Signore, entra nelle sue piaghe,
perch l ha sede la misericordia divina.[114]
152. Prego tuttavia che non intendiamo il silenzio orante come un’evasione che nega il mondo
intorno a noi. Il “pellegrino russo”, che camminava in preghiera continua, racconta che quella
preghiera non lo separava dalla realt esterna: Se mi capitava di incontrare qualcuno, tutte
quelle persone senza distinzione mi parevano altrettanto amabili che se fossero state della mia
famiglia. […] Non solo sentivo questa luce dentro la mia anima, ma anche il mondo esterno mi
appariva bellissimo e incantevole.[115]
153. Nemmeno la storia scompare. La preghiera, proprio perch si nutre del dono di Dio che si
riversa nella nostra vita, dovrebbe essere sempre ricca di memoria. La memoria delle opere di Dio
alla base dell’esperienza dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Se Dio ha voluto entrare nella
storia, la preghiera intessuta di ricordi. Non solo del ricordo della Parola rivelata, bens anche
della propria vita, della vita degli altri, di ci che il Signore ha fatto nella sua Chiesa. E’ la memoria
grata di cui pure parla sant’Ignazio di Loyola nella sua Contemplazione per raggiungere
l’amore,[116] quando ci chiede di riportare alla memoria tutti i benefici che abbiamo ricevuto dal
Signore. Guarda la tua storia quando preghi e in essa troverai tanta misericordia. Nello stesso
tempo questo alimenter la tua consapevolezza del fatto che il Signore ti tiene nella sua memoria
e non ti dimentica mai. Di conseguenza ha senso chiedergli di illuminare persino i piccoli dettagli
della tua esistenza, che a Lui non sfuggono.
154. La supplica espressione del cuore che confida in Dio, che sa che non pu farcela da solo.
Nella vita del popolo fedele di Dio troviamo molte suppliche piene di tenerezza credente e di
profonda fiducia. Non togliamo valore alla preghiera di domanda, che tante volte ci rasserena il
cuore e ci aiuta ad andare avanti lottando con speranza. La supplica di intercessione ha un valore
particolare, perch un atto di fiducia in Dio e insieme un’espressione di amore al prossimo.
Alcuni, per pregiudizi spiritualisti, pensano che la preghiera dovrebbe essere una pura
contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da
evitare. Al contrario, la realt che la preghiera sar pi gradita a Dio e pi santificatrice se in
essa, con l’intercessione, cerchiamo di vivere il duplice comandamento che ci ha lasciato Ges.
L’intercessione esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la
vita degli altri, le loro angosce pi sconvolgenti e i loro sogni pi belli. Di chi si dedica
generosamente a intercedere si pu dire con le parole bibliche: Questi l’amico dei suoi fratelli,
che prega molto per il popolo (2 Mac 15,14).
155. Se veramente riconosciamo che Dio esiste, non possiamo fare a meno di adorarlo, a volte in
un silenzio colmo di ammirazione, o di cantare a Lui con lode festosa. Cos esprimiamo ci che
viveva il beato Charles de Foucauld quando disse: Appena credetti che c’era un Dio, compresi
che non potevo fare altrimenti che vivere solo per Lui.[117] Anche nella vita del popolo
pellegrinante ci sono molti gesti semplici di pura adorazione, come ad esempio quando lo
sguardo del pellegrino si posa su un’immagine che simboleggia la tenerezza e la vicinanza di Dio.
L’amore si ferma, contempla il mistero, lo gusta in silenzio.[118]
156. La lettura orante della Parola di Dio, pi dolce del miele (cfr Sal 119,103) e spada a doppio
taglio (Eb 4,12), ci permette di rimanere in ascolto del Maestro affinch sia lampada per i nostri
passi, luce sul nostro cammino (cfr Sal 119,105). Come ci hanno ben ricordato i Vescovi dell’India,
la devozione alla Parola di Dio non solo una delle tante devozioni, una cosa bella ma
facoltativa. Appartiene al cuore e all’identit stessa della vita cristiana. La Parola ha in s la forza
per trasformare la vita.[119]
157. L’incontro con Ges nelle Scritture ci conduce all’Eucaristia, dove la stessa Parola raggiunge
la sua massima efficacia, perch presenza reale di Colui che Parola vivente. L l’unico
Assoluto riceve la pi grande adorazione che si possa dargli in questo mondo, perch Cristo
stesso che si offre. E quando lo riceviamo nella comunione, rinnoviamo la nostra alleanza con Lui
e gli permettiamo di realizzare sempre pi la sua azione trasformante.
CAPITOLO QUINTO
COMBATTIMENTO, VIGILANZA E DISCERNIMENTO

158. La vita cristiana un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere
alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta molto bella, perch ci permette
di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita.
Il combattimento e la vigilanza
159. Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalit mondana, che ci
inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una
lotta contro la propria fragilit e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria,
l’invidia, le gelosie, e cos via). anche una lotta costante contro il diavolo, che il principe del
male. Ges stesso festeggia le nostre vittorie. Si rallegrava quando i suoi discepoli riuscivano a
progredire nell’annuncio del Vangelo, superando l’opposizione del Maligno, ed esultava: Vedevo
Satana cadere dal cielo come una folgore (Lc 10,18).
Qualcosa di pi di un mito
160. Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri
empirici e senza una prospettiva soprannaturale. Proprio la convinzione che questo potere
maligno in mezzo a noi, ci che ci permette di capire perch a volte il male ha tanta forza
distruttiva. vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere
alcune realt e che ai tempi di Ges si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la
possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realt
affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio
non esiste o non agisce. La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che
terminano con la vittoria di Dio sul demonio.[120] Di fatto, quando Ges ci ha lasciato il “Padre
Nostro” ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che
l si utilizza non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione pi precisa il Maligno. Indica
un essere personale che ci tormenta. Ges ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa
liberazione perch il suo potere non ci domini.
161. Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o
un’idea.[121] Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere pi
esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia,
con i vizi. E cos, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le
nostre famiglie e le nostre comunit, perch come leone ruggente va in giro cercando chi
divorare (1 Pt 5,8).
Svegli e fiduciosi
162. La Parola di Dio ci invita esplicitamente a resistere alle insidie del diavolo (Ef 6,11) e a
fermare tutte le frecce infuocate del maligno (Ef 6,16). Non sono parole poetiche, perch anche
il nostro cammino verso la santit una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedr
esposto al fallimento o alla mediocrit. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore
ci d: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione
della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carit, la vita
comunitaria, l’impegno missionario. Se ci trascuriamo ci sedurranno facilmente le false promesse
del male, perch, come diceva il santo sacerdote Brochero: Che importa che Lucifero prometta di
liberarvi e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni
avvelenati?.[122]
163. In questo cammino, lo sviluppo del bene, la maturazione spirituale e la crescita dell’amore
sono il miglior contrappeso nei confronti del male. Nessuno resiste se sceglie di indugiare in un
punto morto, se si accontenta di poco, se smette di sognare di offrire al Signore una dedizione pi
bella. Peggio ancora se cade in un senso di sconfitta, perch chi comincia senza fiducia ha perso
in anticipo met della battaglia e sotterra i propri talenti. […] Il trionfo cristiano sempre una croce,
ma una croce che al tempo stesso vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva
contro gli assalti del male.[123]
La corruzione spirituale
164. Il cammino della santit una fonte di pace e di gioia che lo Spirito ci dona, ma nello stesso
tempo richiede che stiamo con “le lampade accese” (cfr Lc 12,35) e rimaniamo attenti: Astenetevi
da ogni specie di male (1 Ts 5,22); vegliate (cfr Mc 13,35; Mt 24,42); non addormentiamoci (cfr
1 Ts 5,6). Perch coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di
Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente
di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va
impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi.
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165. La corruzione spirituale peggiore della caduta di un peccatore, perch si tratta di una cecit
comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e
tante sottili forme di autoreferenzialit, poich anche Satana si maschera da angelo della luce
(2 Cor 11,14). Cos termin i suoi giorni Salomone, mentre il gran peccatore Davide seppe
superare la sua miseria. In un passo Ges ci ha avvertito circa questa tentazione insidiosa che ci
fa scivolare verso la corruzione: parla di una persona liberata dal demonio che, pensando che la
sua vita fosse ormai pulita, fin posseduta da altri sette spiriti maligni (cfr Lc 11,24-26). Un altro
testo biblico usa un’immagine forte: Il cane tornato al suo vomito (2 Pt 2,22; cfr Pro 26,11).
Il discernimento
166. Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o
dallo spirito del diavolo? L’unico modo il discernimento, che non richiede solo una buona
capacit di ragionare e di senso comune, anche un dono che bisogna chiedere. Se lo chiediamo
con fiducia allo Spirito Santo, e allo stesso tempo ci sforziamo di coltivarlo con la preghiera, la
riflessione, la lettura e il buon consiglio, sicuramente potremo crescere in questa capacit
spirituale.
Un bisogno urgente
167. Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento diventata particolarmente necessaria. Infatti la
vita attuale offre enormi possibilit di azione e di distrazione e il mondo le presenta come se
fossero tutte valide e buone. Tutti, ma specialmente i giovani, sono esposti a uno zapping
costante. possibile navigare su due o tre schermi simultaneamente e interagire nello stesso
tempo in diversi scenari virtuali. Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci
facilmente in burattini alla merc delle tendenze del momento.
168. Questo risulta particolarmente importante quando compare una novit nella propria vita, e
dunque bisogna discernere se sia il vino nuovo che viene da Dio o una novit ingannatrice dello
spirito del mondo o dello spirito del diavolo. In altre occasioni succede il contrario, perch le forze
del male ci inducono a non cambiare, a lasciare le cose come stanno, a scegliere l’immobilismo e
la rigidit, e allora impediamo che agisca il soffio dello Spirito. Siamo liberi, con la libert di Ges,
ma Egli ci chiama a esaminare quello che c’ dentro di noi – desideri, angustie, timori, attese – e
quello che accade fuori di noi – i “segni dei tempi” – per riconoscere le vie della libert piena:
Vagliate ogni cosa e tenete ci che buono (1 Ts 5,21).
Sempre alla luce del Signore
169. Il discernimento necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere
problemi gravi, oppure quando si deve prendere una decisione cruciale. uno strumento di lotta
per seguire meglio il Signore. Ci serve sempre: per essere capaci di riconoscere i tempi di Dio e la
sua grazia, per non sprecare le ispirazioni del Signore, per non lasciar cadere il suo invito a
crescere. Molte volte questo si gioca nelle piccole cose, in ci che sembra irrilevante, perch la
magnanimit si rivela nelle cose semplici e quotidiane.[124] Si tratta di non avere limiti per la
grandezza, per il meglio e il pi bello, ma nello stesso tempo di concentrarsi sul piccolo,
sull’impegno di oggi. Pertanto chiedo a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno, in
dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza. Al tempo stesso, il
discernimento ci conduce a riconoscere i mezzi concreti che il Signore predispone nel suo
misterioso piano di amore, perch non ci fermiamo solo alle buone intenzioni.
Un dono soprannaturale
170. vero che il discernimento spirituale non esclude gli apporti delle sapienze umane,
esistenziali, psicologiche, sociologiche o morali. Per le trascende. E neppure gli bastano le sagge
norme della Chiesa. Ricordiamo sempre che il discernimento una grazia. Anche se include la
ragione e la prudenza, le supera, perch si tratta di intravedere il mistero del progetto unico e
irripetibile che Dio ha per ciascuno e che si realizza in mezzo ai pi svariati contesti e limiti. Non
in gioco solo un benessere temporale, n la soddisfazione di fare qualcosa di utile, e nemmeno il
desiderio di avere la coscienza tranquilla. in gioco il senso della mia vita davanti al Padre che mi
conosce e mi ama, quello vero, per il quale io possa dare la mia esistenza, e che nessuno
conosce meglio di Lui. Il discernimento, insomma, conduce alla fonte stessa della vita che non
muore, cio che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Ges Cristo (Gv 17,3).
Non richiede capacit speciali n riservato ai pi intelligenti e istruiti, e il Padre si manifesta con
piacere agli umili (cfr Mt 11,25).
171. Anche se il Signore ci parla in modi assai diversi durante il nostro lavoro, attraverso gli altri e
in ogni momento, non possibile prescindere dal silenzio della preghiera prolungata per percepire
meglio quel linguaggio, per interpretare il significato reale delle ispirazioni che pensiamo di aver
ricevuto, per calmare le ansie e ricomporre l’insieme della propria esistenza alla luce di Dio. Cos
possiamo permettere la nascita di quella nuova sintesi che scaturisce dalla vita illuminata dallo
Spirito.
Parla, Signore
172. Tuttavia potrebbe capitare che nella preghiera stessa evitiamo di disporci al confronto con la
libert dello Spirito, che agisce come vuole. Occorre ricordare che il discernimento orante richiede
di partire da una disposizione ad ascoltare: il Signore, gli altri, la realt stessa che sempre ci
interpella in nuovi modi. Solamente chi disposto ad ascoltare ha la libert di rinunciare al proprio
punto di vista parziale e insufficiente, alle proprie abitudini, ai propri schemi. Cos realmente
disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che lo porta a una vita
migliore, perch non basta che tutto vada bene, che tutto sia tranquillo. Pu essere che Dio ci stia
offrendo qualcosa di pi, e nella nostra pigra distrazione non lo riconosciamo.
173. Tale atteggiamento di ascolto implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo
criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ci
che pu essere pi fecondo per l’oggi della salvezza. Non si tratta di applicare ricette o di ripetere
il passato, poich le medesime soluzioni non sono valide in tutte le circostanze e quello che era
utile in un contesto pu non esserlo in un altro. Il discernimento degli spiriti ci libera dalla rigidit,
che non ha spazio davanti al perenne oggi del Risorto. Unicamente lo Spirito sa penetrare nelle
pieghe pi oscure della realt e tenere conto di tutte le sue sfumature, perch emerga con altra
luce la novit del Vangelo.
La logica del dono e della croce
174. Una condizione essenziale per il progresso nel discernimento educarsi alla pazienza di Dio
e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri. Lui non fa “scendere fuoco sopra gli infedeli” (cfr Lc
9,54), n permette agli zelanti di “raccogliere la zizzania” che cresce insieme al grano (cfr Mt
13,29). Inoltre si richiede generosit, perch si pi beati nel dare che nel ricevere (At 20,35).
Non si fa discernimento per scoprire cos’altro possiamo ricavare da questa vita, ma per
riconoscere come possiamo compiere meglio la missione che ci stata affidata nel Battesimo, e
ci implica essere disposti a rinunce fino a dare tutto. Infatti, la felicit paradossale e ci regala le
migliori esperienze quando accettiamo quella logica misteriosa che non di questo mondo. Come
diceva san Bonaventura riferendosi alla croce: Questa la nostra logica.[125] Se uno assume
questa dinamica, allora non lascia anestetizzare la propria coscienza e si apre generosamente al
discernimento.
175. Quando scrutiamo davanti a Dio le strade della vita, non ci sono spazi che restino esclusi. In
tutti gli aspetti dell’esistenza possiamo continuare a crescere e offrire a Dio qualcosa di pi,
perfino in quelli nei quali sperimentiamo le difficolt pi forti. Ma occorre chiedere allo Spirito
Santo che ci liberi e che scacci quella paura che ci porta a vietargli l’ingresso in alcuni aspetti della
nostra vita. Colui che chiede tutto d anche tutto, e non vuole entrare in noi per mutilare o
indebolire, ma per dare pienezza. Questo ci fa vedere che il discernimento non un’autoanalisi
presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio,
che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli.
* * *
176. Desidero che Maria coroni queste riflessioni, perch lei ha vissuto come nessun altro le
Beatitudini di Ges. Ella colei che trasaliva di gioia alla presenza di Dio, colei che conservava
tutto nel suo cuore e che si lasciata attraversare dalla spada. la santa tra i santi, la pi
benedetta, colei che ci mostra la via della santit e ci accompagna. Lei non accetta che quando
cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con lei ci
consola, ci libera e ci santifica. La Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci
sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede. Basta sussurrare ancora e ancora: Ave o Maria….
177. Spero che queste pagine siano utili perch tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il
desiderio della santit. Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di
essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito. Cos
condivideremo una felicit che il mondo non ci potr togliere.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 19 marzo, Solennit di San Giuseppe, dell’anno 2018, Sestodel mio Pontificato.
Francesco
[1] Benedetto XVI, Omelia per il solenne inizio del ministero petrino (24 aprile 2005): AAS 97
(2005), 708.
[2] In ogni caso suppone che vi sia fama di santit e un esercizio, almeno in grado ordinario, delle
virt cristiane: cfr Lett. ap. in forma di Motu proprio Maiorem hac dilectionem (11 luglio 2017), art.
2c: L’Osservatore Romano, 12 luglio 2017, p. 8.
[3] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 9.
[4] Cfr Joseph Malgue, Pierres noires. Les classes moyennes du Salut, Paris 1958.
[5] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12.
[6] Verborgenes Leben und Epiphanie: GW XI, 145.
[7] S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), 56: AAS 93 (2001),
307.
[8] Lett. ap. Tertio millennio adveniente (10 novembre 1994), 37: AAS 87 (1995), 29.
[9] Omelia nella Commemorazione ecumenica dei testimoni della fede del secolo XX (7 maggio
2000), 5: AAS 92 (2000), 680-681.
[10] Cost. dogm. Lumen gentium, 11.
[11] Cfr Hans U. Von Balthasar, “Teologa y santidad”, Communio VI/87, 489.
[12] Cantico spirituale B, Prologo, 2: Opere, Roma 1979, 490.
[13] Cfr ibid., 14, 2: p. 575.
[14] Cfr Catechesi nell’Udienza generale del 19 novembre 2014: Insegnamenti II, 2 (2014), 555.
[15] S. Francesco di Sales, Trattato dell’amore di Dio, VIII, 11: Opere complete di Francesco di
Sales, IV, Roma 2011, 468.
[16] Cinque pani e due pesci. Dalla sofferenza del carcere una gioiosa testimonianza di fede,
Milano 2014, 20.
[17] Conferenza dei Vescovi cattolici della Nuova Zelanda, Healing love, 1 gennaio 1988.
[18] Cfr Esercizi spirituali, 102-312.
[19] Catechismo della Chiesa Cattolica, 515.
[20] Ibid., 516.
[21] Ibid., 517.
[22] Ibid., 518.
[23] Ibid., 521.
[24] Benedetto XVI, Catechesi nell’Udienza generale del 13 aprile 2011: Insegnamenti VII (2011),451.
[25] Ibid.: 450.
[26] Cfr Hans U. Von Balthasar, “Teologa y santidad”, Communio VI/87, 486-493.
[27] Xavier Zubiri, Naturaleza, historia, Dios, Madrid 19993, 427.
[28] Carlo M. Martini, Le confessioni di Pietro, Cinisello Balsamo 2017, 69.
[29] Bisogna distinguere questo svago superficiale da una sana cultura dell’ozio, che ci apre
all’altro e alla realt con uno spirito disponibile e contemplativo.
[30] S. Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa di canonizzazione (1 ottobre 2000), 5: AAS 92
(2000), 852.
[31] Conferenza Episcopale Regionale dell’Africa Occidentale, Messaggio pastorale al termine
della II Assemblea plenaria, 29 febbraio 2016, 2.
[32] La donna povera, Reggio Emilia 1978, 375.
[33] Cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Lett. Placuit Deo ai Vescovi della Chiesa
Cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana (22 febbraio 2018), 4: L’Osservatore Romano, 2
marzo 2018, pp. 4-5: Sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo
sfigurano la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale. In questo documento si
trovano le basi dottrinali per la comprensione della salvezza cristiana in riferimento alle derive
neo-gnostiche e neo-pelagiane odierne.
[34] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 94: AAS 105 (2013), 1060.
[35] Ibid.: AAS 105 (2013), 1059.
[36] Omelia nella Messa a Casa S. Marta, 11 novembre 2016: L’Osservatore Romano, 12
novembre 2016, p. 8.
[37] Come insegna san Bonaventura, necessario che si abbandonino tutte le operazioni
dell’intelletto, e che l’apice dell’affetto sia per intero trasportato e trasformato in Dio. […] Siccome
ad ottenere questo, nulla pu la natura e poco la scienza, bisogna dare poco peso all’indagine e
molto all’unzione spirituale; poco alla lingua e moltissimo alla gioia interiore; poco alle parole e ai
libri, e tutto al dono di Dio, cio allo Spirito Santo; poco o niente alla creatura, e tutto all’essenza
creatrice, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo (Itinerario della mente in Dio, VII, 4-5).
[38] Lettera al Gran Cancelliere della Pontificia Universit Cattolica Argentina per il centenario
della Facolt di Teologia (3 marzo 2015): L’Osservatore Romano, 9-10 marzo 2015, p. 6.
[39] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 40: AAS 105 (2013), 1037.
[40] Videomessaggio al congresso internazionale di Teologia della Pontificia Universit Cattolica
Argentina (1-3 settembre 2015): AAS 107 (2015), 980.
[41] Esort. ap. postsin. Vita consecrata (25 marzo 1996), 38: AAS 88 (1996), 412.
[42] Lettera al Gran Cancelliere della Pontificia Universit Cattolica Argentina per il centenario
della Facolt di Teologia (3 marzo 2015): L’Osservatore Romano, 9-10 marzo 2015, p. 6.
[43] Lettera a Frate Antonio, 2: FF 251.
[44] Sui sette doni dello Spirito Santo, 9, 15.
[45] Id., Commento al Libro IV delle Sentenze, 37, 1, 3, ad 6.
[46] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 94: AAS 105 (2013), 1059.
[47] Cfr S. Bonaventura, Le sei ali dei Serafini, 3, 8: Non omnes omnia possunt. Va inteso nella
linea del Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735.
[48] Cfr S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, 109, 9, ad 1: Adesso, tuttavia, la grazia
in certo qual modo imperfetta perch – come si detto – non risana l’uomo totalmente.
[49] La natura e la grazia, 43, 50: PL 44, 271.
[50] Le confessioni, 10, 29, 40: PL 32, 796.
[51] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038.
[52] Nella comprensione della fede cristiana, la grazia preveniente, concomitante e susseguente
ogni nostro agire (cfr Conc. Ecum. di Trento, Sess. VI, Decr. de iustificatione, cap. 5: DH, 1525).
[53] Omelie sulla Lettera ai Romani, 9, 11: PG 60, 470.
[54] Omelia sull’umilt: PG 31, 530.
[55] Canone 4: DH 374.
[56] Sess. VI, Decretum de iustificatione, cap. 8: DH 1532.
[57] N. 1998.
[58] Ibid., 2007.
[59] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, 114, 5.
[60] S. Teresa di Ges Bambino, “Offerta di me stessa come Vittima d’Olocausto all’Amore
Misericordioso del Buon Dio” (Preghiere, 6): Opere complete, Roma 1997, 943.
[61] Lucio Gera, “Sobre el misterio del pobre”, in P. Grelot-L. Gera-A. Dumas, El Pobre, Buenos
Aires 1962, 103.
[62] Questa , in definitiva, la dottrina cattolica circa il “merito” successivo alla giustificazione: si
tratta della cooperazione del giustificato per la crescita della vita di grazia (cfr Catechismo della
Chiesa Cattolica, 2010). Ma questa cooperazione in nessun modo fa s che la giustificazione
stessa e l’amicizia con Dio diventino oggetto di un merito umano.
[63] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 95: AAS 105 (2013), 1060.
[64] Cfr Summa Theologiae, I-II, q. 107, art. 4.
[65] Omelia nella Messa in occasione del Giubileo delle persone socialmente escluse, 13
novembre 2016: L’Osservatore Romano, 14-15 novembre 2016, p. 8.
[66] Cfr Omelia nella Messa a Casa S. Marta, 9 giugno 2014: L’Osservatore Romano, 10 giugno
2014, p. 8.
[67] L’ordine tra la seconda e la terza beatitudine varia nelle diverse tradizioni testuali.
[68] Esercizi spirituali, 23d: Roma 19846, 58-59.
[69] Manoscritto C, 12r: Opere complete, Roma 1997, 247.
[70] Dai tempi patristici la Chiesa apprezza il dono delle lacrime, come si riscontra anche nella
bella preghiera “Ad petendam compunctionem cordis”: O Dio onnipotente e mitissimo, che hai
fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, fa’ sgorgare dalla durezza
del nostro cuore lacrime di pentimento, affinch possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per
tua misericordia, la loro remissione (Missale Romanum, ed. typ. 1962, p. [110]).
[71] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1789; cfr 1970.
[72] Ibid., 1787.
[73] La diffamazione e la calunnia sono come un atto terroristico: si lancia la bomba, si distrugge,
e l’attentatore se ne va felice e tranquillo. Questo molto diverso dalla nobilt di chi si avvicina per
parlare faccia a faccia, con serena sincerit, pensando al bene dell’altro.
[74] In certe occasioni pu essere necessario parlare delle difficolt di qualche fratello. In questi
casi pu succedere che si trasmetta un’interpretazione invece di un fatto obiettivo. La passione
deforma la realt concreta del fatto, lo trasforma in interpretazione e alla fine la trasmette carica di
soggettivit. Cos si distrugge la realt e non si rispetta la verit dell’altro.
[75] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 218: AAS 105 (2013), 1110.
[76] Ibid., 239: 1116.
[77] Ibid., 227: 1112.
[78] Lett. enc. Centesimus annus (1 maggio 1991), 41c: AAS 83 (1991), 844-845.
[79] Lett. ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), 49: AAS 93 (2001), 302.
[80] Ibid.
[81] Bolla Misericordiae Vultus (11 aprile 2015), 12: AAS 107 (2015), 407.
[82] Ricordiamo la reazione del buon samaritano davanti all’uomo che i briganti avevano lasciato
mezzo morto sul bordo della strada (cfr Lc 10,30-37).
[83] Conferenza Canadese dei Vescovi Cattolici - Commissione per gli Affari Sociali, Lettera
aperta ai membri del Parlamento, The Common Good or Exclusion: A Choice for Canadians (1
febbraio 2001), 9.
[84] La V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, secondo il costante
magistero della Chiesa, ha insegnato che l’essere umano sempre sacro, dal suo
concepimento, in tutte le fasi della sua esistenza, fino alla sua morte naturale e dopo la morte, e
che la sua vita deve essere protetta dal concepimento, in tutte le sue fasi, fino alla morte
naturale (Documento di Aparecida, 29 giugno 2007, 388; 464).
[85] Regola, 53, 1: PL 66, 749.
[86] Cfr ibid., 53, 7: PL 66, 750.
[87] Ibid., 53, 15: PL 66, 751.
[88] Bolla Misericordiae Vultus (11 aprile 2015), 9: AAS 107 (2015), 405.
[89] Ibid., 10: AAS 107 (2015), 406.
[90] Esort. ap. postsin. Amoris laetitia (19 marzo 2016), 311: AAS 108 (2016), 439.
[91] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 197: AAS 105 (2013), 1103.
[92] Cfr Summa Theologiae, II-II, q. 30, a. 4.
[93] Ibid., ad 1.
[94] Cristo en los Pobres, Madrid 1981, 37-38.
[95] Ci sono parecchie forme di bullismo che, pur apparendo eleganti e rispettose e addirittura
molto spirituali, provocano tanta sofferenza nell’autostima degli altri.
[96] Cautele, 13: Opere, Roma 19794, 1070.
[97] Ibid.
[98] La Misericordia Divina nella mia anima. Diario della beata Suor Faustina Kowalska, Citt del
Vaticano 1996, 132.
[99] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 70, a. 3.
[100] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 6: AAS 105 (2013), 1221.
[101] Raccomando di recitare la preghiera attribuita a san Tommaso Moro: Dammi, Signore, una
buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, con il buon umore
necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ci che
buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a
posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non
permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”.
Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perch abbia nella
vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Cos sia.
[102] Esort. ap. postsin. Amoris laetitia (19 marzo 2016), 110: AAS 108 (2016), 354.
[103] Esort. ap. Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975), 80: AAS 68 (1976), 73. E’ interessante
osservare che in questo testo il beato Paolo VI lega intimamente la gioia alla parresia. Cos come
lamenta la mancanza di gioia e di speranza, esalta la dolce e confortante gioia di
evangelizzare che unita a uno slancio interiore che nessuno, n alcuna cosa potr spegnere,
affinch il mondo non riceva il Vangelo da evangelizzatori tristi e scoraggiati. Durante l’Anno
Santo del 1975, lo stesso Paolo VI dedic alla gioia l’Esortazione apostolica Gaudete in Domino (9
maggio 1975): AAS 67 (1975), 289-322.
[104] Cautele, 15: Opere, Roma 19794, 1072.
[105] S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Vita consecrata (25 marzo 1996), 42: AAS 88
(1996), 416.
[106] Confessioni, IX, 10, 23-25: PL 32, 773-775.
[107] Ricordo in modo speciale le tre parole-chiave “permesso, grazie, scusa”, perch le parole
adatte, dette al momento giusto, proteggono e alimentano l’amore giorno dopo giorno (Esort. ap.
postsin. Amoris laetitia, 19 marzo 2016, 133: AAS 108 [2016], 363).
[108] S. Teresa di Ges Bambino, Manoscritto C, 29 v-30r: Opere complete, Roma 1997, 269.
[109] Gradi di perfezione, 2: Opere, Roma 19794, 1079.
[110] Id., Consigli per raggiungere la perfezione, 9: Opere, cit., 1078.
[111] Vita di S. Teresa di Ges scritta da lei stessa, 8, 5: Opere, Roma 1981, 95.
[112] S. Giovanni Paolo II, Lett. ap. Orientale lumen (2 maggio 1995), 16: AAS 87 (1995), 762.
[113] Discorso al V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015: AAS
107 (2015), 1284.
[114] Cfr S. Bernardo, Discorsi sul Cantico dei Cantici 61, 3-5: PL 183, 1071-1073.
[115] Racconti di un pellegrino russo, Milano 19793, 41; 129.
[116] Cfr Esercizi spirituali, 230-237.
[117] Lettera a Enrico de Castries, 14 agosto 1901: Charles de Foucauld, Opere spirituali.
Antologia, Roma 19835, 623.
[118] V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Documento di
Aparecida (29 giugno 2007), 259.
[119] Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India, Dichiarazione finale della XXI Assemblea
plenaria (18 febbraio 2009), 3.2.
[120] Cfr Omelia nella Messa a Casa S. Marta, 11 ottobre 2013: L’Osservatore Romano, 12
ottobre 2013, p. 12.
[121] Cfr B. Paolo VI, Catechesi nell’Udienza generale del 15 novembre 1972: Insegnamenti X
[1972], 1168-1170: Uno dei bisogni maggiori la difesa da quel male, che chiamiamo il
Demonio. […] Il male non pi soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo,
spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realt. Misteriosa e paurosa. Esce dal quadro
dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa
un principio a s stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la
spiega come una pseudo-realt, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote
dei nostri malanni.
[122] S. Jos Gabriel del Rosario Brochero, Predica delle bandiere, in Conferenza Episcopale
Argentina, El Cura Brochero. Cartas y sermones, Buenos Aires 1999, 71.
[123] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 85: AAS 105 (2013), 1056.
[124] Sulla tomba di sant’Ignazio di Loyola si trova questo saggio epitaffio: Non coerceri a
maximo, contineri tamen a minimo divinum est (Non aver nulla di pi grande che ti limiti, e
tuttavia stare dentro ci che pi piccolo: questo divino).
[125] Sull’Hexaemeron, 1, 30


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