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Incontro adulto con Ges

RISCOPRIRE L’ANNUNCIO CRISTIANO E L’INCONTRO ADULTO CON GESU’

Evangelii Nuntiandi: “la Chiesa esiste per evangelizzare”…

Ci sono molte prospettive a proposito della spiritualit...

Nell’uso comune a volte la riduciamo ad una pratica religiosa o all’osservanza di un insieme di leggi e quindi a comportamenti morali. Spiritualit qualcosa di pi profondo.

Quando parliamo di spiritualit ci riferiamo ad una qualit di vita, ad una modalit di vedere la realt e di vivere le esperienze, di impostare quindi il proprio cammino. La qualit della vita che chiamiamo spiritualit non caratteristica di per s delle religioni. Esistono anche spiritualit atee. Cerchiamo quindi di precisare.

1. Il nuovo orizzonte culturale

Affrontiamo il problema in una prospettiva dinamica ed evolutiva a differenza di quanto avveniva nei secoli scorsi nei quali dominava la prospettiva statica. Il Vaticano II ha riconosciuto che “l’umanit sta passando da una concezione piuttosto statica della realt ad una pi dinamica ed evolutiva” ed ha previsto che tale cambiamento avrebbe suscitato “una congerie di problemi che avrebbero richiesto nuove analisi e nuove sintesi” (GS. 5).

Si tratta di un grande cambiamento. Nella visione statica della realt si pensava che la natura delle cose fosse gi determinata e fissata fin dall’inizio in modo perfetto. Quanto all’uomo poi si pensava che l’anima fosse creata immediatamente da Dio per ogni persona e fosse spirituale e per natura immortale. In alcuni ambienti sotto l’influsso di Platone si pensava addirittura che fosse gi preesistente. Il problema era capire come si stabiliva il rapporto tra anima e corpo. La spiritualit era quindi la vita dell’anima, gi “infusa” o “creata” fin dall’inizio. Tutte le formulazioni dottrinali della nostra fede sono sorte in questo orizzonte. Il lavoro che la Chiesa sta facendo in questi decenni nasce proprio dall’esigenza di riformulare le dottrine di fede in modo corrispondente ai nuovi modelli culturali dato che la prospettiva evolutiva un dato essenziale della nostra cultura. Non mi riferisco direttamente alle teorie evoluzioniste di Darwin, ma alla visione complessiva della realt.

Secondo la prospettiva darwiniana c’ un progetto nella natura, ma non c’ un progettista, perch il progetto si costruisce casualmente, attraverso tentativi spesso infruttuosi. Dobbiamo accettare questo orizzonte culturale. L’azione di Dio non pu essere accolta compiutamente in un istante dalla creatura in processo, ma solo a frammenti nella successione del tempo. Per questo il male e l’imperfezione accompagna il cammino umano finch “Dio non sar tutto in tutti” (1 Cor. 15,28). Nei processi della creazione e della storia ci sono anche situazioni insensate. La sfida che oggi come credenti dobbiamo accogliere quella di saper affrontare la sfida della casualit e del nonsenso. La spiritualit in questi casi, come vedremo, significa introdurre il senso che non c’.

2. Vita spirituale

Sviluppare la vita spirituale significa sviluppare quelle qualit nuove di vita che fioriscono quando si scopre che in gioco nella vita c’ una forza pi grande di noi e che nessuna creatura risponde alla tensione profonda che l’uomo porta con s. Quando si giunge a questa scoperta, che gi un traguardo di maturit, cambia completamente la prospettiva con cui si affronta la vita e si attraversano le diverse situazioni. Comincia a svilupparsi un atteggiamento di fiducia nella “forza arcana”, come l’ha chiamata il Concilio (cfr. Vat. II Nostra Aetate, n. 2) che tutte le religioni in vario modo riconoscono.

Nel cammino della nostra esistenza scopriamo che abbandonandoci con fiducia a questa forza arcana, cominciamo a vivere le esperienze in modo nuovo. A quel punto si sviluppa la dimensione spirituale della persona. Parlando quindi di vita spirituale non ci riferiamo tanto a pratiche religiose, ad alcune modalit di preghiera, o all’osservanza di leggi morali, quanto ad una qualit nuova dell’esistenza, ad un modo particolare di vedere la realt, di vivere le relazioni. E’ possibile pertanto praticare la religione anche con una certa continuit, ma non sviluppare una vera e propria attitudine spirituale. Agli scribi e ai farisei Ges rimprovera proprio di osservare leggi morali con fedelt, ma di non vivere un autentico rapporto con Dio. Emblematica a questo proposito la parabola del capitolo 18 del terzo Vangelo. Cfr. Lc 18: “la differenza tra i due che salgono al tempio a pregare molto netta. Il fariseo in piedi prega Dio dicendo: ti rendo grazie, Padre, perch non sono come gli altri. Elenca le opere che egli compie. Ges dice: torn a casa non giustificato, non in corretto rapporto con Dio. Il pubblicano invece, piegato a terra invoca misericordia: “abbi piet di me peccatore”. Ha un atteggiamento di accoglienza, di ascolto, di interiorizzazione, consapevole che c’ una forza pi grande in gioco nella storia degli uomini e nella vita personale. Ges dice che “torn a casa giustificato”.

Il passaggio dalla vita psichica all’uomo spirituale (cfr. Paolo 1Cor. 2, 14-16) avviene proprio quando non si pi centrati su di s, ma ci si affida ad una forza pi grande e si assume un particolare atteggiamento di accoglienza fiduciosa.

Quando avviene questo passaggio non scompare la vita psichica, ma comincia a fiorire una dimensione nuova, si “condotti dallo Spirito” come dice Paolo (Rom. 8,14): “Coloro che sono condotti dallo Spirito, costoro sono figli di Dio”.

Questo passaggio avviene attraverso una conversione, attraverso un cambiamento profondo di vita. Non avviene all’inizio, richiede un lungo cammino, a meno che non ci siano condizioni particolari (Si pensi ad es. alle particolari condizioni famigliari in cui cresciuta S. Teresa di Ges Bambino). Questo atteggiamento pu essere anche ateo, anche laico, perch non sempre questa forza arcana viene concepita in modo personale ed chiamata Dio.

3. Come si qualifica la spiritualit cristiana.

La spiritualit cristiana teologale: riconosce che la forza arcana della vita si esprime come amore e ha quindi carattere personale. Inoltre cristologica, si sviluppa cio in riferimento alla modalit con cui Ges ha vissuto il rapporto con il Padre: “tenendo fisso lo sguardo su di lui”. La lettera agli ebrei utilizza due volte questa espressione: “Fissate bene lo sguardo in Ges, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo” (Eb. 3,2); “tenete fisso lo sguardo su Ges, autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2). Vivere il rapporto con Dio tenendo fisso lo sguardo su Ges caratterizza in modo particolare l’esistenza cristiana immergendola nel tempo. Ne consegue che la spiritualit cristiana ha una triplice modulazione corrispondente alle tre dimensioni del tempo: passato, presente e futuro. Non siamo in grado di accogliere tutta la grandezza della parola in un solo istante. Noi siamo frammento che si succede. Possiamo accogliere il dono di Dio solo nel tempo. la legge dell’incarnazione. Siamo chiamati a vivere l’atteggiamento di affidamento fiducioso in rapporto al tempo, non cercando di uscire dalla storia.

Questo spiega perch il rapporto con Dio vissuto in riferimento a Ges si tradotto in tre modulazioni: fede, speranza, carit. Gi S. Paolo nel primo documento scritto pervenutoci dell’esperienza cristiana nelle prime righe ricorda questa triade: Scrive ai Tessalonicesi nel 50 e.v.: “memori del vostro impegno nella fede, della vostra operosit nella carit, e della vostra costante speranza nel Signore nostro Ges Cristo” (1 Tess. 1,3). Poco tempo dopo scrivendo ai Corinzi Paolo afferma che queste sono “le tre cose che rimangono” (1Cor. 13,13).

Secondo le tre dimensioni del tempo la dimensione teologale si esprime come fede, speranza, carit. La fede l’accoglienza della parola di Dio come ci viene testimoniata dalle generazioni precedenti e volge perci lo sguardo al passato. Con la speranza ci rivolgiamo al futuro per attendere il compimento e rendere possibile il divenire della salvezza. Tutto questo a vissuto nel piccolo istante del presente nel quale l’eterno si affaccia al nostro camino offrendoci il dono di vita da offrire ai fratelli, che appunto la carit. Questo processo si realizza non in un luogo sacro, bens in ogni momento. Si tratta di imparare attraverso la preghiera a rimanere in sintonia con l’azione di Dio, altrimenti rischiamo di cadere nell’idolatria, cio di considerare quale fonte o ragione della nostra esistenza le ricchezze, la tecnica, il cibo, il potere ecc. Nella preghiera invece diciamo che la ragione della nostra vita l’incontro con Dio, per non perdere l’atteggiamento di questa forza che ci fa crescere come figli di Dio.

Il cammino teologale, infatti, ha come traguardo la nostra identit di figli di Dio. Siamo gi figli, ma in modo ancora incompiuto e provvisorio: “ci che saremo non stato ancora rivelato” (1 Gv 3, 3). Possiamo anche fallire nel cammino del compimento e non pervenire all’identit filiale. La possibilit del fallimento uno degli insegnamenti innegabili del NT, che si sviluppato come la dottrina dell’inferno, secondo la visione del mondo che allora avevano. Ma il nucleo essenziale afferma la possibilit di fallire nel nostro processo di crescita spirituale, di vivere solo in superficie e di non sviluppare le strutture dell’eternit. Noi non siamo ancora viventi in modo definitivo: siamo un tentativo provvisorio che Dio fa di renderci sue immagini permanenti. In questa fase dobbiamo sviluppare la dimensione spirituale, le strutture della vita eterna, altrimenti non siamo in grado di attraversare la morte e di pervenire alla forma ultima di esistenza umana.

4. Spiritualit adulta.

In questa prospettiva comprendiamo qual il criterio fondamentale per giudicare una spiritualit adulta, che ha superato i limiti delle fasi precedenti della vita. La persona raggiunge la sua maturit quando in grado di confrontarsi con la morte, quando cio ha maturato quelle capacit che gli consentono di vivere tutte le situazioni in modo da saper morire.

Ci chiediamo quindi quali sono i criteri con cui valutare se possiamo vivere la morte in modo umano, da figli di Dio. Quali sono i criteri che consentono di attraversare le molte situazioni dell’esistenza che sono anticipazioni della morte. Ci sono situazioni disordinate, caotiche nella storia, ingiuste. C’ il peccato. Dobbiamo imparare a vivere tutte le situazioni in modo positivo e salvifico. Non perch siano sempre positive o corrispondano ad un progetto divino. Perch ci sono molte situazioni insensate. Ma l’amore di Dio ci offre la possibilit di attraversare quelle situazioni sviluppando la nostra dimensione spirituale, in modo da rendere sensate anche le situazioni insensate, e salvifiche anche le situazioni ingiuste. Se uno odiato una situazione ingiusta. Ma se l’odio un fatto dobbiamo chiederci come viverlo in modo da crescere. Come vivere la croce, che come tale contraria al volere di Dio, ma che pure esiste. Ges afferma esplicitamente di essere venuto (Mc. 1, o di essere stato mandato Lc. 4, 42) “per predicare il regno di Dio”. Ma gli uomini hanno rifiutato l’annuncio del regno e Ges si trovato ad annunciare il Regno di Dio in una situazione ingiusta, contraria, violenta, insensata. Anche a noi chiesto di essere capaci di dare senso alle situazioni insensate, di attraversare la violenza e l’odio annunciando l’amore.

4.1 I criteri della maturit desunti dalla morte.

Se morte il traguardo della nostra avventura terrena, essa ci offre anche i criteri per l’orientamento del cammino. Ne possiamo esaminare cinque.

- il criterio dell’identit. Di fronte alla morte non sar importante che cosa abbiamo realizzato nel mondo, quali opere abbiamo compiuto, bens chi siamo diventati attraverso tutto quello che abbiamo vissuto. La morte ci chieder: chi sei? chi sei diventato? Che nome stai abitando? Questo il criterio fondamentale. Oggi perci non serve chiedersi: cosa sto realizzando? Che risonanza ha quello che faccio? Dobbiamo piuttosto chiederci: chi sto diventando vivendo questa esperienza? questo fallimento, questa calunnia, o questo successo?

- il criterio del distacco. La morte ci chieder di abbandonare tutto, di aver imparato a distaccarci dalle cose, dalle persone, dalle situazioni, perch dovremo abbandonare tutto. Pi ci alleniamo al distacco e pi acquistiamo l’identit filiale, cio accogliamo il dono di Dio che ci rende figli.

- l’interiorizzazione nei rapporti. La morte ci chieder di partire in solitudine, ma pieni di presenze. Ci chiede perci di vivere i rapporti in modo tale da portarci gli altri dentro, senza condurli con noi per mano. Il bambino piccolo nei primi tempi non capace di interiorizzare i suoi genitori, quando diventa capace in grado di allontanarsi da loro, di andare a scuola perch porta dentro l’immagine dei suoi. Nelle difficolt pu pensare: “poi lo dico a mia mamma, poi viene mio pap” e trova la forza di andare avanti. A mano a mano che cresce la persona ha bisogno sempre pi di interiorizzare presenze. Esse costituiscono la nostra risorsa, perch noi diventiamo attraverso i rapporti. La morte ci chieder di partire senza condurci nessuno per mano, ma portando in noi tutti coloro che abbiamo amato o ci hanno amato.

- l’oblativit, cio la capacit di donare vita. Tutti cominciamo l’esistenza con atteggiamenti possessivi, succhiando vita dagli altri. Da adulti non possiamo pi essere persone che succhiano la vita, ma persone che la consegnano. La morte ci chieder di consegnare tutto, persino il nostro corpo che ci servito per diventare noi stessi. Tutto dobbiamo restituire, tutto dobbiamo diffondere intorno a noi. Lo potremo fare solo se siamo diventati totalmente oblativi.

- l’abbandono fiducioso. La morte ci chieder di essere cos capaci di fidarci della vita da saperla perdere per ritrovarla. E’ l’atto supremo di fiducia. Tutte le situazioni che viviamo ci allenano a fidarci cos dell’azione di Dio, da saper crescere anche nelle situazioni negative, perch come dice Paolo in Rom. 8,37 segg. “nessuno pu separarci dall’amore di Dio”. Noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da crescere come figli. Nessuno ci pu separare dall’amore. In tutto questo noi siamo pi che vincitori… Nessuno potr mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Ges. In tale modo possiamo vivere tutte le situazioni dell’esistenza, favorevoli e sfavorevoli, accogliendo il dono di Dio e testimoniando l’amore del Padre.

In questo senso non ci sono spazi sacri cio riservati a Dio: tutta l’esistenza diventa una “offerta del proprio corpo” “un sacrificio gradito a Dio” “un culto spirituale” (Rom 12, 1). I momenti di preghiera sono palestra, allenamento per imparare a vivere tutte le situazioni come occasione di incontro con Dio, come ambito di vita teologale. Dobbiamo ricordare che il dono di Dio ci previene sempre attraverso creature. molto facile, soprattutto all’inizio del cammino identificare la creatura come il dono da accogliere, mentre il dono un altro. Ci perviene attraverso la creatura ma la trascende.

Analogamente spesso ci illudiamo di essere noi ad offrire vita ai fratelli. Noi invece siamo un vuoto sempre riempito, siamo un nulla che viene attraverso dall’energia creatrice. Non siamo noi ad offrire, a donare, ad amare, ma il bene che in noi diventa amore. E’ la verit che in noi diventa parola, nei limiti dei nostri modelli.

Cos comprendiamo perch Ges rimprovera il notabile che lo chiama buono. Nessuno buono. Dio solo buono. E’ l’espressione chiara della profondit spirituale di Ges: la consapevolezza del nulla, continuamente riempita dal tutto che Dio. Io non faccio nulla da me stesso. Se noi vivessimo in questo modo, noi potremmo vivere la spiritualit cristiana ed essere testimoni efficaci dell’amore di Dio che si rivelato in Ges.

(Relazione trascritta da d. Carlo Molari)


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 Autore : ben
 Pubblicato : Venerdì, 4 Ottobre 2013 - 00:08
 Ultima modifica : Venerdì, 4 Ottobre 2013 - 00:12
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