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Lectio

INCONTRO CON I PARROCI DELLA DIOCESI DI ROMA

"LECTIO DIVINA" DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Aula della Benedizione
Gioved, 18 febbraio 2010

Eminenza,
cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,

una tradizione molto gioiosa e anche importante per me poter iniziare la Quaresima sempre con il mio Presbiterio, i Presbiteri di Roma. Cos, come Chiesa locale di Roma, ma anche come Chiesa universale, possiamo intraprendere questo cammino essenziale con il Signore verso la Passione, verso la Croce, il cammino pasquale.

Quest’anno vogliamo meditare i passi della Lettera agli Ebrei ora letti. L’Autore di tale Lettera ha aperto una nuova strada per capire l’Antico Testamento come libro che parla su Cristo. La tradizione precedente aveva visto Cristo soprattutto, essenzialmente, nella chiave della promessa davidica, del vero Davide, del vero Salomone, del vero Re di Israele, vero Re perch uomo e Dio. E l’iscrizione sulla Croce aveva realmente annunciato al mondo questa realt: adesso c’ il vero Re di Israele, che il Re del mondo, il Re dei Giudei sta sulla Croce. E’ una proclamazione della regalit di Ges, dell’adempimento dell’attesa messianica dell’Antico Testamento, la quale, nel fondo del cuore, un’attesa di tutti gli uomini che aspettano il vero Re, che d giustizia, amore e fraternit.

Ma l’Autore della Lettera agli Ebrei ha scoperto una citazione che fino a quel momento non era stata notata: Salmo 110,4 - “tu sei sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek”. Ci significa che Ges non solo adempie la promessa davidica, l’aspettativa del vero Re di Israele e del mondo, ma realizza anche la promessa del vero Sacerdote. In parte dell’Antico Testamento, soprattutto anche in Qumran, vi sono due linee separate di attesa: il Re e il Sacerdote. L’Autore della Lettera agli Ebrei, scoprendo questo versetto, ha capito che in Cristo sono unite le due promesse: Cristo il vero Re, il Figlio di Dio – secondo il Salmo 2,7 che egli cita – ma anche il vero Sacerdote.

Cos tutto il mondo cultuale, tutta la realt dei sacrifici, del sacerdozio, che alla ricerca del vero sacerdozio, del vero sacrificio, trova in Cristo la sua chiave, il suo adempimento e, con questa chiave, pu rileggere l’Antico Testamento e mostrare come proprio anche la legge cultuale, che dopo la distruzione del Tempio abolita, in realt andava verso Cristo; quindi, non semplicemente abolita, ma rinnovata, trasformata, poich in Cristo tutto trova il suo senso. Il sacerdozio appare allora nella sua purezza e nella sua verit profonda.

In questo modo, la Lettera agli Ebrei presenta il tema del sacerdozio di Cristo, Cristo sacerdote, su tre livelli: il sacerdozio di Aronne, quello del Tempio; Melchisedek; e Cristo stesso, come il vero sacerdote. Anche il sacerdozio di Aronne, pur essendo differente da quello di Cristo, pur essendo, per cos dire, solo una ricerca, un camminare in direzione di Cristo, comunque “via” verso Cristo, e gi in questo sacerdozio si delineano gli elementi essenziali. Poi Melchisedek - ritorneremo su questo punto – che un pagano. Il mondo pagano entra nell’Antico Testamento, entra in una figura misteriosa, senza padre, senza madre - dice la Lettera agli Ebrei -, appare semplicemente, e in lui appare la vera venerazione del Dio Altissimo, del Creatore del cielo e della terra. Cos anche dal mondo pagano viene l’attesa e la prefigurazione profonda del mistero di Cristo. In Cristo stesso tutto sintetizzato, purificato e guidato al suo termine, alla sua vera essenza.

Vediamo ora i singoli elementi, per quanto possibile, circa il sacerdozio. Dalla Legge, dal sacerdozio di Aronne impariamo due cose, ci dice l’autore della Lettera agli Ebrei: un sacerdote per essere realmente mediatore tra Dio e l’uomo, deve essere uomo. Questo fondamentale e il Figlio di Dio si fatto uomo proprio per essere sacerdote, per poter realizzare la missione del sacerdote. Deve essere uomo – ritorneremo su questo punto –, ma non pu da se stesso farsi mediatore verso Dio. Il sacerdote ha bisogno di un’autorizzazione, di un’istituzione divina e solo appartenendo alle due sfere – quella di Dio e quella dell’uomo – pu essere mediatore, pu essere “ponte”. Questa la missione del sacerdote: combinare, collegare queste due realt apparentemente cos separate, cio il mondo di Dio - lontano da noi, spesso sconosciuto all’uomo - e il nostro mondo umano. La missione del sacerdozio di essere mediatore, ponte che collega, e cos portare l’uomo a Dio, alla sua redenzione, alla sua vera luce, alla sua vera vita.

Come primo punto, quindi, il sacerdote deve essere dalla parte di Dio, e solamente in Cristo questo bisogno, questa condizione della mediazione realizzata pienamente. Perci era necessario questo Mistero: il Figlio di Dio si fa uomo perch ci sia il vero ponte, ci sia la vera mediazione. Gli altri devono avere almeno un’autorizzazione da Dio o, nel caso della Chiesa, il Sacramento, cio introdurre il nostro essere nell’essere di Cristo, nell’essere divino. Solo con il Sacramento, questo atto divino che ci crea sacerdoti nella comunione con Cristo, possiamo realizzare la nostra missione. E questo mi sembra un primo punto di meditazione per noi: l’importanza del Sacramento. Nessuno si fa sacerdote da se stesso; solo Dio pu attirarmi, pu autorizzarmi, pu introdurmi nella partecipazione al mistero di Cristo; solo Dio pu entrare nella mia vita e prendermi in mano. Questo aspetto del dono, della precedenza divina, dell’azione divina, che noi non possiamo realizzare, questa nostra passivit - essere eletti e presi per mano da Dio - un punto fondamentale nel quale entrare. Dobbiamo ritornare sempre al Sacramento, ritornare a questo dono nel quale Dio mi d quanto io non potrei mai dare: la partecipazione, la comunione con l’essere divino, col sacerdozio di Cristo.

Rendiamo questa realt anche un fattore pratico della nostra vita: se cos, un sacerdote deve essere realmente un uomo di Dio, deve conoscere Dio da vicino, e lo conosce in comunione con Cristo. Dobbiamo allora vivere questa comunione e la celebrazione della Santa Messa, la preghiera del Breviario, tutta la preghiera personale, sono elementi dell’essere con Dio, dell’essere uomini di Dio. Il nostro essere, la nostra vita, il nostro cuore devono essere fissati in Dio, in questo punto dal quale non dobbiamo uscire, e ci si realizza, si rafforza giorno per giorno, anche con brevi preghiere nelle quali ci ricolleghiamo con Dio e diventiamo sempre pi uomini di Dio, che vivono nella sua comunione e possono cos parlare di Dio e guidare a Dio.

L’altro elemento che il sacerdote deve essere uomo. Uomo in tutti i sensi, cio deve vivere una vera umanit, un vero umanesimo; deve avere un’educazione, una formazione umana, delle virt umane; deve sviluppare la sua intelligenza, la sua volont, i suoi sentimenti, i suoi affetti; deve essere realmente uomo, uomo secondo la volont del Creatore, del Redentore, perch sappiamo che l’essere umano ferito e la questione di “che cosa sia l’uomo” oscurata dal fatto del peccato, che ha leso la natura umana fino nelle sue profondit. Cos si dice: “ha mentito”, “ umano”; “ha rubato”, “ umano”; ma questo non il vero essere umano. Umano essere generoso, essere buono, essere uomo della giustizia, della prudenza vera, della saggezza. Quindi uscire, con l’aiuto di Cristo, da questo oscuramento della nostra natura per giungere al vero essere umano ad immagine di Dio, un processo di vita che deve cominciare nella formazione al sacerdozio, ma che deve realizzarsi poi e continuare in tutta la nostra esistenza. Penso che le due cose vadano fondamentalmente insieme: essere di Dio e con Dio ed essere realmente uomo, nel vero senso che ha voluto il Creatore plasmando questa creatura che siamo noi.

Essere uomo: la Lettera agli Ebrei fa una sottolineatura della nostra umanit che ci sorprende, perch dice: deve essere uno con “compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo rivestito di debolezza” (5,2) e poi - molto pi forte ancora – “nei giorni della sua vita terrena, egli offr preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo da morte e per il suo pieno abbandono a Lui, venne esaudito” (5,7). Per la Lettera agli Ebrei elemento essenziale del nostro essere uomo la compassione, il soffrire con gli altri: questa la vera umanit. Non il peccato, perch il peccato non mai solidariet, ma sempre desolidarizzazione, un prendere la vita per me stesso, invece di donarla. La vera umanit partecipare realmente alla sofferenza dell’essere umano, vuol dire essere un uomo di compassione – metriopathein, dice il testo greco – cio essere nel centro della passione umana, portare realmente con gli altri le loro sofferenze, le tentazioni di questo tempo: “Dio dove sei tu in questo mondo?”.

Questa umanit del sacerdote non risponde all’ideale platonico e aristotelico, secondo il quale il vero uomo sarebbe colui che vive solo nella contemplazione della verit, e cos beato, felice, perch ha solo amicizia con le cose belle, con la bellezza divina, ma “i lavori” li fanno altri. Questa una supposizione, mentre qui si suppone che il sacerdote entri come Cristo nella miseria umana, la porti con s, vada alle persone sofferenti, se ne occupi, e non solo esteriormente, ma interiormente prenda su di s, raccolga in se stesso la “passione” del suo tempo, della sua parrocchia, delle persone a lui affidate. Cos Cristo ha mostrato il vero umanesimo. Certo il suo cuore sempre fisso in Dio, vede sempre Dio, intimamente sempre in colloquio con Lui, ma Egli porta, nello stesso tempo, tutto l’essere, tutta la sofferenza umana entra nella Passione. Parlando, vedendo gli uomini che sono piccoli, senza pastore, Egli soffre con loro e noi sacerdoti non possiamo ritirarci in un Elysium, ma siamo immersi nella passione di questo mondo e dobbiamo, con l’aiuto di Cristo e in comunione con Lui, cercare di trasformarlo, di portarlo verso Dio.

Proprio questo va detto, con il seguente testo realmente stimolante: “preghiere e suppliche offr con forti grida e lacrime” (Eb 5,7). Questo non solo un accenno all’ora dell’angoscia sul Monte degli Ulivi, ma un riassunto di tutta la storia della passione, che abbraccia l’intera vita di Ges. Lacrime: Ges piangeva davanti alla tomba di Lazzaro, era realmente toccato interiormente dal mistero della morte, dal terrore della morte. Persone perdono il fratello, come in questo caso, la mamma e il figlio, l’amico: tutta la terribilit della morte, che distrugge l’amore, che distrugge le relazioni, che un segno della nostra finitezza, della nostra povert. Ges messo alla prova e si confronta fino nel profondo della sua anima con questo mistero, con questa tristezza che la morte, e piange. Piange davanti a Gerusalemme, vedendo la distruzione della bella citt a causa della disobbedienza; piange vedendo tutte le distruzioni della storia nel mondo; piange vedendo come gli uomini distruggono se stessi e le loro citt nella violenza, nella disobbedienza.

Ges piange, con forti grida. Sappiamo dai Vangeli che Ges ha gridato dalla Croce, ha gridato: “Dio mio, perch mi hai abbandonato?” (Mc 15,34; cfr Mt 27,46), e ha gridato ancora una volta alla fine. E questo grido risponde ad una dimensione fondamentale dei Salmi: nei momenti terribili della vita umana, molti Salmi sono un forte grido a Dio: “Aiutaci, ascoltaci!”. Proprio oggi, nel Breviario, abbiamo pregato in questo senso: Dove sei tu Dio? “Siamo venduti come pecore da macello” (Sal 44,12). Un grido dell’umanit sofferente! E Ges, che il vero soggetto dei Salmi, porta realmente questo grido dell’umanit a Dio, alle orecchie di Dio: “Aiutaci e ascoltaci!”. Egli trasforma tutta la sofferenza umana, prendendola in se stesso, in un grido alle orecchie di Dio.

E cos vediamo che proprio in questo modo realizza il sacerdozio, la funzione del mediatore, trasportando in s, assumendo in s la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in grido verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e cos portandola realmente al momento della Redenzione.

In realt la Lettera agli Ebrei dice che “offr preghiere e suppliche”, “grida e lacrime” (5,7). E’ una traduzione giusta del verbo prospherein, che una parola cultuale ed esprime l’atto dell’offerta dei doni umani a Dio, esprime proprio l’atto dell’offertorio, del sacrificio. Cos, con questo termine cultuale applicato alle preghiere e lacrime di Cristo, dimostra che le lacrime di Cristo, l’angoscia del Monte degli Ulivi, il grido della Croce, tutta la sua sofferenza non sono una cosa accanto alla sua grande missione. Proprio in questo modo Egli offre il sacrificio, fa il sacerdote. La Lettera agli Ebrei con questo “offr”, prospherein, ci dice: questa la realizzazione del suo sacerdozio, cos porta l’umanit a Dio, cos si fa mediatore, cos si fa sacerdote.

Diciamo, giustamente, che Ges non ha offerto a Dio qualcosa, ma ha offerto se stesso e questo offrire se stesso si realizza proprio in questa compassione, che trasforma in preghiera e in grido al Padre la sofferenza del mondo. In questo senso anche il nostro sacerdozio non si limita all’atto cultuale della Santa Messa, nel quale tutto viene messo nelle mani di Cristo, ma tutta la nostra compassione verso la sofferenza di questo mondo cos lontano da Dio, atto sacerdotale, prospherein, offrire. In questo senso mi sembra che dobbiamo capire ed imparare ad accettare pi profondamente le sofferenze della vita pastorale, perch proprio questo azione sacerdotale, mediazione, entrare nel mistero di Cristo, comunicazione col mistero di Cristo, molto reale ed essenziale, esistenziale e poi sacramentale.

Una seconda parola in questo contesto importante. Viene detto che Cristo cos – tramite questa obbedienza – reso perfetto, in greco teleiotheis (cfr Eb 5,8-9). Sappiamo che in tutta la Torah, cio in tutta la legislazione cultuale, la parola teleion, qui usata, indica l’ordinazione sacerdotale. Cio la Lettera agli Ebrei ci dice che proprio facendo questo Ges stato fatto sacerdote, si realizzato il suo sacerdozio. La nostra ordinazione sacerdotale sacramentale va realizzata e concretizzata esistenzialmente, ma anche in modo cristologico, proprio in questo portare il mondo con Cristo e a Cristo e, con Cristo, a Dio: cos diventiamo realmente sacerdoti, teleiotheis. Quindi il sacerdozio non una cosa per alcune ore, ma si realizza proprio nella vita pastorale, nelle sue sofferenze e nelle sue debolezze, nelle sue tristezze ed anche nelle gioie, naturalmente. Cos diventiamo sempre pi sacerdoti in comunione con Cristo.

La Lettera agli Ebrei riassume, infine, tutta questa compassione nella parola hupakoen, obbedienza: tutto questo obbedienza. E’ una parola che non piace a noi, nel nostro tempo. Obbedienza appare come un’alienazione, come un atteggiamento servile. Uno non usa la sua libert, la sua libert si sottomette ad un’altra volont, quindi uno non pi libero, ma determinato da un altro, mentre l’autodeterminazione, l’emancipazione sarebbe la vera esistenza umana. Invece della parola “obbedienza”, noi vogliamo come parola chiave antropologica quella di “libert”. Ma considerando da vicino questo problema, vediamo che le due cose vanno insieme: l’obbedienza di Cristo conformit della sua volont con la volont del Padre; un portare la volont umana alla volont divina, alla conformazione della nostra volont con la volont di Dio.

San Massimo il Confessore, nella sua interpretazione del Monte degli Ulivi, dell’angoscia espressa proprio nella preghiera di Ges, “non la mia, ma la tua volont”, ha descritto questo processo, che Cristo porta in s come vero uomo, con la natura, la volont umana; in questo atto - “non la mia, ma la tua volont” – Ges riassume tutto il processo della sua vita, del portare, cio, la vita naturale umana alla vita divina e in questo modo trasformare l’uomo: divinizzazione dell’uomo e cos redenzione dell’uomo, perch la volont di Dio non una volont tirannica, non una volont che sta fuori del nostro essere, ma proprio la volont creatrice, proprio il luogo dove troviamo la nostra vera identit.

Dio ci ha creati e siamo noi stessi se siamo conformi con la sua volont; solo cos entriamo nella verit del nostro essere e non siamo alienati. Al contrario, l’alienazione si attua proprio uscendo dalla volont di Dio, perch in questo modo usciamo dal disegno del nostro essere, non siamo pi noi stessi e cadiamo nel vuoto. In verit, l’obbedienza a Dio, cio la conformit, la verit del nostro essere, la vera libert, perch la divinizzazione. Ges, portando l’uomo, l’essere uomo, in s e con s, nella conformit con Dio, nella perfetta obbedienza, cio nella perfetta conformazione tra le due volont, ci ha redenti e la redenzione sempre questo processo di portare la volont umana nella comunione con la volont divina. E’ un processo sul quale preghiamo ogni giorno: “sia fatta la tua volont”. E vogliamo pregare realmente il Signore, perch ci aiuti a vedere intimamente che questa la libert, e ad entrare, cos, con gioia in questa obbedienza e a “raccogliere” l’essere umano per portarlo – con il nostro esempio, con la nostra umilt, con la nostra preghiera, con la nostra azione pastorale – nella comunione con Dio.

Continuando la lettura, segue una frase difficile da interpretare. L’Autore della Lettera agli Ebrei dice che Ges ha pregato fortemente, con grida e lacrime, Dio che poteva salvarlo dalla morte, e, per il suo pieno abbandono, venne esaudito (cfr 5,7). Qui vorremmo dire: “No, non vero, non stato esaudito, morto”. Ges ha pregato di essere liberato dalla morte, ma non stato liberato, morto in modo molto crudele. Perci il grande teologo liberale Harnack ha detto: “Qui manca un no”, deve essere scritto: “Non stato esaudito” e Bultmann ha accettato questa interpretazione. Per questa una soluzione che non esegesi, ma una violenza al testo. In nessuno dei manoscritti appare “non”, ma “ stato esaudito”; quindi dobbiamo imparare a capire che cosa significhi questo “essere esaudito”, nonostante la Croce.

Io vedo tre livelli per capire questa espressione. In un primo livello si pu tradurre il testo greco cos: “ stato redento dalla sua angoscia” e in questo senso, Ges esaudito. Sarebbe, quindi, un accenno a quanto ci racconta san Luca che “un angelo ha rafforzato Ges” (cfr Lc 22,43), in modo che, dopo il momento dell’angoscia, potesse andare diritto e senza timore verso la sua ora, come ci descrivono i Vangeli, soprattutto quello di san Giovanni. Sarebbe l’esaudimento, nel senso che Dio gli d la forza di portare tutto questo peso e cos esaudito. Ma a me sembra che sia una risposta non del tutto sufficiente. Esaudito in senso pi profondo – Padre Vanhoye l’ha sottolineato – vuol dire: “ stato redento dalla morte”, ma non per il momento, per quel momento, ma per sempre, nella Risurrezione: la vera risposta di Dio alla preghiera di essere redento dalla morte la Risurrezione e l’umanit viene redenta dalla morte proprio nella Risurrezione, che la vera guarigione delle nostre sofferenze, del mistero terribile della morte.

Qui gi presente un terzo livello di comprensione: la Risurrezione di Ges non solo un avvenimento personale. Mi sembra che sia di aiuto tenere presente il breve testo nel quale san Giovanni, nel Capitolo 12 del suo Vangelo, presenta e racconta, in modo molto riassuntivo, il fatto del Monte degli Ulivi. Ges dice: “La mia anima turbata” (Gv 12, 27), e, in tutta l’angoscia del Monte degli Ulivi, che cosa dir?: “O salvami da questa ora, o glorifica il tuo nome” (cfr Gv 12,27-28). E’ la stessa preghiera che troviamo nei Sinottici: “Se possibile salvami, ma sia fatta la tua volont” (cfr Mt 26,42; Mc 14,36; Lc 22,42), che nel linguaggio giovanneo appare appunto: “O salvami, o glorifica”. E Dio risponde: “Ti ho glorificato e ti glorificher in futuro” (cfr Gv 12,28). Questa la risposta, l’esaudire divino: glorificher la Croce; la presenza della gloria divina, perch l’atto supremo dell’amore. Nella Croce, Ges elevato su tutta la terra e attira la terra a s; nella Croce appare adesso il “Kabod”, la vera gloria divina del Dio che ama fino alla Croce e cos trasforma la morte e crea la Resurrezione.

La preghiera di Ges stata esaudita, nel senso che realmente la sua morte diventa vita, diventa il luogo da dove redime l’uomo, da dove attira l’uomo a s. Se la risposta divina in Giovanni dice: “ti glorificher”, significa che questa gloria trascende e attraversa tutta la storia sempre e di nuovo: dalla tua Croce, presente nell’Eucaristia, trasforma la morte in gloria. Questa la grande promessa che si realizza nella Santa Eucaristia, che apre sempre di nuovo il cielo. Essere servitore dell’Eucaristia , quindi, profondit del mistero sacerdotale.

Ancora una breve parola, almeno su Melchisedek. E’ una figura misteriosa che entra in Genesi 14 nella storia sacra: dopo la vittoria di Abramo su alcuni Re, appare il Re di Salem, di Gerusalemme, Melchisedek, e porta pane e vino. Una storia non commentata e un po’ incomprensibile, che appare nuovamente solo nel salmo 110, come gi detto, ma si capisce che poi l’Ebraismo, lo Gnosticismo e il Cristianesimo abbiano voluto riflettere profondamente su questa parola e abbiano creato le loro interpretazioni. La Lettera agli Ebrei non fa speculazione, ma riporta soltanto quanto dice la Scrittura e sono diversi elementi: Re di giustizia, abita nella pace, Re da dove la pace, venera e adora il Dio Altissimo, il Creatore del cielo e della terra, e porta pane e vino (cfr Eb 7,1-3; Gen 14,18-20). Non viene commentato che qui appare il Sommo Sacerdote del Dio Altissimo, Re della pace, che adora con pane e vino il Dio Creatore del cielo e della terra. I Padri hanno sottolineato che uno dei santi pagani dell’Antico Testamento e ci mostra che anche dal paganesimo c’ una strada verso Cristo e i criteri sono: adorare il Dio Altissimo, il Creatore, coltivare giustizia e pace, e venerare Dio in modo puro. Cos, con questi elementi fondamentali, anche il paganesimo in cammino verso Cristo, rende, in un certo modo, presente la luce di Cristo.

Nel canone romano, dopo la Consacrazione, abbiamo la preghiera supra quae, che menziona alcune prefigurazioni di Cristo, del suo sacerdozio e del suo sacrificio: Abele, il primo martire, con il suo agnello; Abramo, che sacrifica nell’intenzione il figlio Isacco, sostituito dall’agnello dato da Dio; e Melchisedek, Sommo Sacerdote del Dio Altissimo, che porta pane e vino. Questo vuol dire che Cristo la novit assoluta di Dio e, nello stesso tempo, presente in tutta la storia, attraverso la storia, e la storia va incontro a Cristo. E non solo la storia del popolo eletto, che la vera preparazione voluta da Dio, nella quale si rivela il mistero di Cristo, ma anche dal paganesimo si prepara il mistero di Cristo, vi sono vie verso Cristo, il quale porta tutto in s.

Questo mi sembra importante nella celebrazione dell’Eucaristia: qui raccolta tutta la preghiera umana, tutto il desiderio umano, tutta la vera devozione umana, la vera ricerca di Dio, che si trova finalmente realizzata in Cristo. Infine va detto che adesso aperto il cielo, il culto non pi enigmatico, in segni relativi, ma vero, perch il cielo aperto e non si offre qualcosa, ma l’uomo diventa uno con Dio e questo il vero culto. Cos dice la Lettera agli Ebrei: “il nostro sacerdote sta alla destra del trono, del santuario, della vera tenda, che il Signore Dio stesso ha costruito” (cfr 8,1-2).

Ritorniamo al punto che Melchisedek Re di Salem. Tutta la tradizione davidica si richiamata a questo, dicendo: “Qui il luogo, Gerusalemme il luogo del vero culto, la concentrazione del culto a Gerusalemme viene gi dai tempi abramici, Gerusalemme il vero luogo della venerazione giusta di Dio”.

Facciamo un nuovo passo: la vera Gerusalemme, il Salem di Dio, il Corpo di Cristo, l’Eucaristia la pace di Dio con l’uomo. Sappiamo che san Giovanni, nel Prologo, chiama l’umanit di Ges “la tenda di Dio”, eskenosen en hemin (Gv 1,14). Qui Dio stesso ha creato la sua tenda nel mondo e questa tenda, questa nuova, vera Gerusalemme , nello stesso tempo sulla terra e in cielo, perch questo Sacramento, questo sacrificio si realizza sempre tra di noi e arriva sempre fino al trono della Grazia, alla presenza di Dio. Qui la vera Gerusalemme, al medesimo tempo, celeste e terrestre, la tenda, che il Corpo di Dio, che come Corpo risorto rimane sempre Corpo e abbraccia l’umanit e, nello stesso tempo, essendo Corpo risorto, ci unisce con Dio. Tutto questo si realizza sempre di nuovo nell’Eucaristia. E noi da sacerdoti siamo chiamati ad essere ministri di questo grande Mistero, nel Sacramento e nella vita. Preghiamo il Signore che ci faccia capire sempre meglio questo Mistero, di vivere sempre meglio questo Mistero e cos offrire il nostro aiuto affinch il mondo si apra a Dio, affinch il mondo sia redento. Grazie


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 Autore : benny
 Pubblicato : Lunedì, 7 Giugno 2010 - 22:28
 Ultima modifica : Mercoledì, 1 Settembre 2010 - 23:02
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SABATO: 18.30
DOMENICA 8.30 – 10.30 – 18.30
FERIALI: MERC–VENERDI: 18.30
LUNEDì: 9.00
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